CERCA

dal nostro archivio

  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
27 ottobre 2013 PDF Stampa E-mail
INIZIATIVE - LE INIZIATIVE
vai alla fotocronaca

Giovanni Ardizzone aveva 21 anni, era il figlio unico del farmacista di Castano Primo - una cittadina alle porte di Milano -, frequentava il secondo anno della facoltà di Medicina ed era un militante comunista.
Durante la settimana risiedeva nel collegio universitario Fulvio Testi di Sesto San Giovanni e la sue giornate non erano diverse da quelle di tanti altri giovani che negli anni successivi perderanno la vita uccisi da fascisti, polizia o carabinieri.
Il 27 ottobre 1962 la “crisi dei missili” a Cuba era al culmine e in quel piovoso sabato d’autunno di 51 anni fa la Camera del Lavoro di Milano aveva indetto, come in tante altre città italiane, uno sciopero generale - allora si lavorava anche al sabato - per la pace, in solidarietà con il popolo cubano.
In programma c’era un corteo con comizio conclusivo nel centro della città.
In prima fila, come sempre, Giovanni Ardizzone con i suoi compagni.
Alla partenza della manifestazione non c’è nessuna particolare tensione nonostante la nutritissima presenza di polizia. Il clima però muta all’improvviso quando la testa del corteo si accinge ad entrare in piazza del Duomo. Senza alcuna ragione la polizia riceve l'ordine di disperdere i manifestanti e lo esegue caricando il corteo con le camionette.
Giovanni Ardizzone è investito e travolto in via Mengoni, tra la Loggia dei Mercanti e il Duomo; insieme a lui altre due vittime restano sul selciato: sono il muratore Nicola Giardino di 38 anni e l’operaio Luigi Scalmana, di 57. appare subito chiaro che per il giovane studente non c'è più nulla da fare: Giovanni Ardizzone morirà poche ore dopo in ospedale. Gli altri due feriti avranno più fortuna: dopo essere rimasti tra la vita e la morte per alcuni giorni riusciranno a riprendersi.
La notizia dell'assassinio di Ardizzone fa il giro della città. Nella notte tra sabato e domenica gruppi di operai, studenti e semplici cittadini arrivano alla spicciolata nel luogo dove è stato ucciso, si siedono per terra e danno vita a una silenziosa veglia.
Il ministro degli Interni intanto diffonde la sua versione dei fatti, quella “ufficiale” avvallata e ripresa da gran parte della stampa: “si tratta - dice – di un banale per quanto spiacevole incidente stradale”.
Non ci crede nessuno.
Il giorno dopo, domenica 28, i piccoli gruppi diventano una folla impressionante che occupa gran parte di piazza del Duomo e il luogo dove è caduto Ardizzone è sommerso da fiori e cartelli.
Lunedì 29 scendono in sciopero gli operai delle fabbriche milanesi e nelle università e nelle scuole superiori di Milano e hinterland vengono sospese le lezioni in segno di protesta.
Nella notte tra lunedì e martedì la foto del giovane caduto viene collocata nel Sacrario dedicato ai Caduti della Resistenza alla Loggia dei Mercanti, dove continua il pellegrinaggio della popolazione milanese e lombarda che rende omaggio al primo caduto milanese della Nuova Resistenza.