CERCA

dal nostro archivio

  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
GIOVANNI ARDIZZONE PDF Stampa E-mail
DOCUMENTI - I RICORDI


M'han dit che incö la pulisia
a l'ha cupà un giuvin ne la via;
sarà stà, m'han dit, vers i sett ur
a un cumisi dei lauradur.
Giovanni Ardizzone l'era el so nom,
de mesté stüdent üniversitari,
comunista, amis dei proletari:
a l'han cupà visin al noster Domm.
E i giurnai de tüta la tera
diseven: Castro, Kennedy e Krusciòv;
e lü 'l vusava: «Si alla pace e no alla guerra!»
e cun la pace in buca a l'è mort.
In via Grossi i pulé cui manganell,
vegnü da Padova, specialisà in dimustrasiun,
han tacà cunt i gipp un carusel
e cunt i röd han schiscià l'Ardissun.
A la gent gh'è andà inséma la vista,
per la mort del giuvin stüdent
e pien de rabia: «Pulé fascista –
vusaven - mascalsun e delinquent».
E i giurnai de l'ultima edisiun
a disen tücc: «Un giovane studente,
e incö una gran dimustrasiun,
è morto per fatale incidente,
è morto per fatale incidente,
è morto per fatale incidente».

Così in una ballata in dialetto milanese il cantautore Ivan Della Mea nel 1963 raccontava l’uccisione dello studente Giovanni Ardizzone.

Il “giuvin stüdent” aveva 21 anni, era il figlio unico del farmacista di Castano Primo - una cittadina alle porte di Milano -, frequentava il secondo anno della facoltà di Medicina ed era un militante comunista.
Durante la settimana risiedeva nel collegio universitario Fulvio Testi di Sesto San Giovanni e la sua vita non era diversa da quella di tanti altri giovani che le pagine di “pernondimenticare.com” raccontano.
Le sue giornate passavano veloci divise tra studio, amici, musica, cinema e militanza politica. Volantinaggi, riunioni, manifestazioni .. Ardizzone e i suoi compagni non si risparmiavano, erano sempre disponibili. Anche il 27 ottobre 1962.

La “crisi dei missili” a Cuba era al culmine e in quel piovoso sabato d’autunno di 48 anni fa la Camera del Lavoro di Milano aveva indetto, come in tante altre città italiane, uno sciopero generale - allora si lavorava anche al sabato - per la pace, in solidarietà con il popolo cubano.

In programma c’era una manifestazione con comizio nel centro della città.
L’adesione delle fabbriche allo sciopero era stata impressionante con percentuali d’astensione dal lavoro che andavano dal 70 all’80 % e alcune casi addirittura al 100%. Anche il corteo, nonostante la pioggia, si annunciava imponente: decine di migliaia di lavoratori, studenti, semplici cittadini pronti a sfilare per le vie di Milano con le parole d’ordine, sugli striscioni e negli slogan, “Si alla pace No alla guerra”, “Cuba sì Yankee no”, “Fuori le basi nordamericane”.
 

In prima fila, come sempre, Giovanni Ardizzone con i suoi compagni.
Alla partenza del corteo non c’è nessuna particolare tensione nonostante la nutritissima presenza di polizia. Il questore ha schierato persino il Terzo Battaglione della Celere - corpo speciale anti-manifestazioni voluto dal ministro Scelba - giunto appositamente da Padova, ma fino nelle vicinanze di piazza Duomo non si registra alcun incidente. Il clima però muta all’improvviso quando la testa del corteo si accinge ad entrare nella piazza. Senza alcuna ragione la polizia riceve l'ordine di disperdere i manifestanti.

Scoppia un finimondo di cariche e pestaggi, mentre il rombo dei motori delle jeep diventa la colonna sonora di un film che negli anni successivi altri cortei impareranno a conoscere e temere. Impreparati all'attacco a freddo i manifestanti tentano di reagire difendendosi come possono e con quello che trovano. Pietre e bastoni contro jeep e moschetti: il rapporto di forza è impari. I caroselli delle camionette li costringono a rifugiarsi nelle vie adiacenti inseguiti dai poliziotti che si scatenano in una vera e propria caccia all'uomo. Dove gli spazi sono più ampi le jeep si lanciano a folle velocità contro i manifestanti senza fermarsi davanti a nulla. Pare proprio cerchino di uccidere. E purtroppo ci riescono.

Giovanni Ardizzone è investito e travolto in via Mengoni, tra la Loggia dei Mercanti e il Duomo. Rimane lì sul selciato con il giubbotto di fustagno marrone lacerato, il volto sporco di terra e gli occhi sbarrati. Più in là i resti di quella che era stata una bicicletta, ridotta in due tronconi informi e contorti. Ma le cariche omicide non si fermano. Altre due vittime restano al suolo: sono il muratore Nicola Giardino di 38 anni e l’operaio Luigi Scalmana, di 57.
Appare subito chiaro che per il giovane studente non c'è più nulla da fare: Giovanni Ardizzone morirà poche ore dopo in ospedale. Agli altri due feriti va meglio: dopo essere rimasti tra la vita e la morte per alcuni giorni riusciranno a riprendersi.

 

La notizia dell'assassinio di Ardizzone fa il giro della città. Nella notte tra sabato e domenica gruppi di operai, studenti e semplici cittadini arrivano alla spicciolata nel luogo dove è stato ucciso, si siedono per terra e danno vita a una silenziosa veglia.
Il ministro degli Interni intanto diffonde la sua versione dei fatti, quella “ufficiale” avvallata e ripresa da gran parte della stampa: “si tratta - dice – di un banale per quanto spiacevole incidente stradale”.
Non ci crede nessuno.
Il giorno dopo, domenica 28, i piccoli gruppi diventano una folla impressionante che occupa gran parte di piazza del Duomo e il posto dove è caduto Ardizzone è sommerso da fiori e cartelli.
Lunedì 29 scendono in sciopero gli operai delle fabbriche milanesi e nelle università e nelle scuole superiori di Milano e hinterland vengono sospese le lezioni in segno di protesta.

Nella notte tra lunedì e martedì la foto del giovane caduto viene collocata nel Sacrario dedicato ai Caduti della Resistenza alla Loggia dei Mercanti, dove continua il pellegrinaggio della popolazione milanese e lombarda.
Ma l'emozione e lo sdegno per l'assassinio non si fermano a Milano.
In tutto il Paese vengono indetti scioperi e manifestazioni di studenti e operai. E Giovanni Ardizzone non resta solo neppure nel suo ultimo viaggio.
Il giorno dei funerali Castano Primo è invasa da migliaia di persone, arrivate da ogni parte d'Italia per dare l'estremo saluto al giovane comunista caduto mentre manifestava per la pace e contro la guerra.

Mostra fotografica dedicata a Giovanni Ardizzone dalla Camera del Lavoro di Milano e dall'Associazione Italia-Cuba