LA MEMORIA, LE STORIE 2008Sito dell'associazione PER NON DIMENTICARE CLAUDIO VARALLI - GIANNINO ZIBECCHIhttps://pernondimenticare.net/documenti/la-memoria-le-storie-20082026-10-07T01:09:57ZJoomla! 1.5 - Open Source Content ManagementE’ morto un ragazzo……………2009-04-05T11:43:02Z2009-04-05T11:43:02Zhttps://pernondimenticare.net/documenti/la-memoria-le-storie-2008/351-e-morto-un-ragazzoAdministratorinfo@pernondimenticare.net<h3 class="caption">E’ morto un ragazzo……………</h3>
<p class="caption">E’ il 17 aprile 1975, sono all’obitorio di Milano a pochi passi da casa mia. <br />
C’è gente con me nella stanza, ma ricordo solo Paola, mia compagna di collettivo. Sta toccando il viso di Claudio, gli riordina i capelli sulla fronte. Penso che siamo troppo giovani per essere qui a vegliare un amico della nostra età e penso che lei, Paola, sembri una madre antica, nonostante i suoi 18 anni appena compiuti. <br />
Lo accarezza con delicatezza, non piange ma gli parla sottovoce, lo guarda con una pietà infinita. Ecco, lei e Claudio sembrano una pietà scultorea. Solo che la Madre non ha il figlio in grembo, lui è adagiato su un lettino di metallo. Ha gli occhi chiusi e pare che dorma. Ha un piccolo foro nero dietro l’orecchio, il segno lasciato dalla pallottola che l’ha ucciso. Non piango, non ci riesco o forse non voglio, o forse non è ancora l’ora del pianto. Mi vengono solo questi pensieri assurdi “Come può uccidere un buchino così piccolo?” <br />
So già che non dimenticherò mai più questo momento, come non dimenticherò mai la sera prima, quando mi hanno telefonato da Piazza Cavour, dicendomi di andare lì subito e io ci sono andata, senza far ulteriori domande, disciplinata come sempre. Ricordo che stavo guardando Miracolo a Milano alla televisione. <br />
Ho investito tutti i miei scarsi averi in un taxi, erano quasi le dieci di sera e con i mezzi non sarei arrivata mai.<br />
Il tassista mi lascia all’angolo tra Corso Venezia e Via Palestro, la polizia c’impedisce di proseguire in auto Scendo e chiedo a dei vigili cosa sia successo, mi rispondono che è morto un ragazzo.<br />
E’ morto un ragazzo……………</p>
<p class="caption">Se qualcuno che conosco muore, il ricordo diventa per me sensoriale e, più la persona mi era vicina, più diventa intenso. Non penso più a “quando mi ha detto…..”, “quando abbiamo fatto……..”, il suo ricordo viene consegnato ad una specie di videoteca, dove però non c’è solo immagine, ma sono coinvolti anche gli altri sensi e mi sembra di risentire il suo braccio intorno alle spalle, il tono della sua voce o il profumo vago di sapone da bucato che emanavano i suoi vestiti.</p>
<p class="caption">La prima cosa che mi viene in mente e che ho bisogno di ricordare dove l’ho visto vivo per l’ultima volta.<br />
Era stato poche ore prima, al concentramento della manifestazione per la casa in Corso Garibaldi. Nonostante nessuno di noi fosse particolarmente studioso, condividevamo un discreto interesse per la storia dell’arte., insegnataci a scuola da uno dei rari prof. in gamba che sapevano coinvolgerci. <br />
Proprio lì c’era una chiesa splendida, San Simpliciano. Mi guardo intorno, ma Claudio non è in vista, allora entro con una compagna di scuola, anche se con un minimo senso di colpa per non averlo cercato. <br />
Quando usciamo, lui è lì fuori “Che str…!” ci apostrofa subito à la mode di quei tempi “Perché non mi avete chiamato ché venivo anch’io?” Touché!<br />
“Non eri in giro” rispondo sbrigativa per minimizzare “Va dentro, ne vale la pena, ma fa alla svelta, ché tra poco si parte” Lui entra e dopo 10 minuti scarsi è già fuori, con i jeans e la giacchina militare. “Davvero bellissima!” esclama. <br />
Sorride, ha le mani in tasca e alle spalle la magnifica cornice romanica della chiesa.<br />
Ecco l'ultima immagine del mio amico, questo ragazzo che avrebbe compiuto 18 anni di lì a due mesi, se non fosse morto qualche ora dopo.</p>
<p class="caption">Poi gli altri ricordi riaffiorano, magari a distanza di giorni o mesi.</p>
<p class="caption">Fa freddo, ma ci sono già i prodromi di una primavera incipiente, si annusano più che altro, persino nell’afrore della nostra Milano inquinata. <br />
Siamo davanti alla Camera del Lavoro, in corso di Porta Vittoria, a far cosa non so più. Io sono lì che osservo i miei compagni che cantano Stalingrado a squarciagola, con risultati musicali resi appena accettabili dall’entusiasmo e dalla fierezza. Sono disposti su due file, sui gradini che portano all’edificio in puro stile fascista. <br />
Dico i “miei” compagni, perché sono quelli della zona dove c’è anche la mia scuola. Oltre a Claudio e Massimo, ci sono studenti di altri istituti tecnici vicino al nostro: Giorgi, Feltrinelli, Pacinotti. Da noi non ci sono licei, siamo in periferia. Siamo i medi della Romana. <br />
Facciamo politica insieme, riunioni, presidi, volantinaggi, manifestazioni e turni di ciclostile e abbiamo ovviamente intrecciato amicizie interscolastiche ed extrapolitiche. Significa andare insieme al cinema la domenica, fare qualche gita fuori Milano ogni tanto e scambiarsi confidenze intime tra quelli che hanno legato di più. <br />
Come mi accadeva spesso a quei tempi, mentre ammiravo i miei compagni, pensavo a cosa sarebbe stato di noi di lì a 10 anni, quando saremmo stati grandi, ovvero trentenni. Ricordo bene il profilo di Roberto, che era il mio ragazzo, di Eugenio che era proprio bello e di Claudio che era il mio migliore amico. Erano lì in fila, di profilo e, dalla mia prospettiva, li vedevo come l’iconografia classica di Marx, Lenin e Engels sui manifesti e sui giornali dei PCML (Partito Comunista Marxista Leninista). <br />
Il cuore mi scoppiava d’amore, d’orgoglio e del sacro fuoco della lotta con le masse popolari sulla via del socialismo e loro cantavano e cantavano…………….</p>
<p class="caption">E Claudio, quando intonavamo Valsesia, era tra quelli che si toccavano arrivando ad una certa strofa, a cui aggiungeva sottovoce qualche parola in più: “ Valsesia, Valsesia che c’importa se si muor (si fa per dir), questo è il grido del valore, partigiano vincerààààààààà!”</p>
<p class="caption">Sono le 7.30 e sono già a scuola, “noi” dovevamo arrivare prima degli altri per vigilanza, militanza, volantinaggio e chi più ne ha più ne metta. Fatto sta che Claudio per arrivare a quell’ora doveva alzarsi alle 6, dato che abitava fuori Milano e dalla parte opposta della città. <br />
Lo vedo arrivare e mi accingo a riprenderlo perché è in ritardo, ma lui mi precede. Mi prende sottobraccio e mi porta in disparte “Oggi Emanuela va dal ginecologo a farsi prescrivere la pillola”. E’ assolutamente radioso. <br />
Non so più se la frase sia stata profferita o solo pensata, ma aleggia palpabile nell’aria “Finalmente si ciula!”</p>
<p class="caption">E’ una domenica mattina: diffusione militante del giornale, attività da noi tutti odiata. Dovevamo alzarci presto anche nell’unico giorno in cui avremmo potuto dormire per andare a suonare campanelli di case dove tutti erano ancora in pigiama e non ci accoglievano certo con gioia.</p>
<p class="caption">Io non c’ero andata, non se avevo bigiato e se semplicemente non toccava a me.<br />
Fatto sta, che verso mezzogiorno suona il campanello. Sono Claudio e Roberto. Claudio ha le mani chiuse a conca, indossa un loden verde e battibecca con Roberto, come spesso accade. I compagni salutano i miei genitori e si scusano per il disturbo. Tra le mani Claudio ha un uccellino giallo “L’abbiamo trovato in Piazza Medaglie d’Oro e non sapevamo cosa fare. Roberto dice che avete già altri canarini”. <br />
In effetti, mio padre ne aveva una grande voliera piena. Prende il canarino in mano e decreta che è una femmina, per depositarla poi nella gabbia con gli altri. <br />
Non ricordo il seguito, ma l’immagine di Claudio che entra con le mani giunte, muovendosi con cautela come un monaco tibetano, è vivissima. La canarina morirà poco tempo dopo Claudio. Ricordo che piansi a lungo e le lacrime rimbalzavano sul corpicino che tenevo in mano. So che sembra una storia “come in un libro scritto male”, ma andò davvero così.</p>
<p class="caption">Eccolo di nuovo Claudio, viene a cena da me per poi andare insieme a qualche riunione. L’ho chiamato a casa chiedendogli di portare un po’ di pane ché ne sono a corto. Arriva con un sacco da un chilo come minimo, mia madre lo vede e scoppia a ridere e lui con lei. Ha il suo maglione preferito, bianco, col collo alto, da pescatore nordico. <br />
Anche mia madre si ricorda questo episodio, si ricorda anche il maglione bianco, “come se fosse adesso”.</p>
<p class="caption"><strong>Lela Dall'Acqua</strong><br />
Milano</p><h3 class="caption">E’ morto un ragazzo……………</h3>
<p class="caption">E’ il 17 aprile 1975, sono all’obitorio di Milano a pochi passi da casa mia. <br />
C’è gente con me nella stanza, ma ricordo solo Paola, mia compagna di collettivo. Sta toccando il viso di Claudio, gli riordina i capelli sulla fronte. Penso che siamo troppo giovani per essere qui a vegliare un amico della nostra età e penso che lei, Paola, sembri una madre antica, nonostante i suoi 18 anni appena compiuti. <br />
Lo accarezza con delicatezza, non piange ma gli parla sottovoce, lo guarda con una pietà infinita. Ecco, lei e Claudio sembrano una pietà scultorea. Solo che la Madre non ha il figlio in grembo, lui è adagiato su un lettino di metallo. Ha gli occhi chiusi e pare che dorma. Ha un piccolo foro nero dietro l’orecchio, il segno lasciato dalla pallottola che l’ha ucciso. Non piango, non ci riesco o forse non voglio, o forse non è ancora l’ora del pianto. Mi vengono solo questi pensieri assurdi “Come può uccidere un buchino così piccolo?” <br />
So già che non dimenticherò mai più questo momento, come non dimenticherò mai la sera prima, quando mi hanno telefonato da Piazza Cavour, dicendomi di andare lì subito e io ci sono andata, senza far ulteriori domande, disciplinata come sempre. Ricordo che stavo guardando Miracolo a Milano alla televisione. <br />
Ho investito tutti i miei scarsi averi in un taxi, erano quasi le dieci di sera e con i mezzi non sarei arrivata mai.<br />
Il tassista mi lascia all’angolo tra Corso Venezia e Via Palestro, la polizia c’impedisce di proseguire in auto Scendo e chiedo a dei vigili cosa sia successo, mi rispondono che è morto un ragazzo.<br />
E’ morto un ragazzo……………</p>
<p class="caption">Se qualcuno che conosco muore, il ricordo diventa per me sensoriale e, più la persona mi era vicina, più diventa intenso. Non penso più a “quando mi ha detto…..”, “quando abbiamo fatto……..”, il suo ricordo viene consegnato ad una specie di videoteca, dove però non c’è solo immagine, ma sono coinvolti anche gli altri sensi e mi sembra di risentire il suo braccio intorno alle spalle, il tono della sua voce o il profumo vago di sapone da bucato che emanavano i suoi vestiti.</p>
<p class="caption">La prima cosa che mi viene in mente e che ho bisogno di ricordare dove l’ho visto vivo per l’ultima volta.<br />
Era stato poche ore prima, al concentramento della manifestazione per la casa in Corso Garibaldi. Nonostante nessuno di noi fosse particolarmente studioso, condividevamo un discreto interesse per la storia dell’arte., insegnataci a scuola da uno dei rari prof. in gamba che sapevano coinvolgerci. <br />
Proprio lì c’era una chiesa splendida, San Simpliciano. Mi guardo intorno, ma Claudio non è in vista, allora entro con una compagna di scuola, anche se con un minimo senso di colpa per non averlo cercato. <br />
Quando usciamo, lui è lì fuori “Che str…!” ci apostrofa subito à la mode di quei tempi “Perché non mi avete chiamato ché venivo anch’io?” Touché!<br />
“Non eri in giro” rispondo sbrigativa per minimizzare “Va dentro, ne vale la pena, ma fa alla svelta, ché tra poco si parte” Lui entra e dopo 10 minuti scarsi è già fuori, con i jeans e la giacchina militare. “Davvero bellissima!” esclama. <br />
Sorride, ha le mani in tasca e alle spalle la magnifica cornice romanica della chiesa.<br />
Ecco l'ultima immagine del mio amico, questo ragazzo che avrebbe compiuto 18 anni di lì a due mesi, se non fosse morto qualche ora dopo.</p>
<p class="caption">Poi gli altri ricordi riaffiorano, magari a distanza di giorni o mesi.</p>
<p class="caption">Fa freddo, ma ci sono già i prodromi di una primavera incipiente, si annusano più che altro, persino nell’afrore della nostra Milano inquinata. <br />
Siamo davanti alla Camera del Lavoro, in corso di Porta Vittoria, a far cosa non so più. Io sono lì che osservo i miei compagni che cantano Stalingrado a squarciagola, con risultati musicali resi appena accettabili dall’entusiasmo e dalla fierezza. Sono disposti su due file, sui gradini che portano all’edificio in puro stile fascista. <br />
Dico i “miei” compagni, perché sono quelli della zona dove c’è anche la mia scuola. Oltre a Claudio e Massimo, ci sono studenti di altri istituti tecnici vicino al nostro: Giorgi, Feltrinelli, Pacinotti. Da noi non ci sono licei, siamo in periferia. Siamo i medi della Romana. <br />
Facciamo politica insieme, riunioni, presidi, volantinaggi, manifestazioni e turni di ciclostile e abbiamo ovviamente intrecciato amicizie interscolastiche ed extrapolitiche. Significa andare insieme al cinema la domenica, fare qualche gita fuori Milano ogni tanto e scambiarsi confidenze intime tra quelli che hanno legato di più. <br />
Come mi accadeva spesso a quei tempi, mentre ammiravo i miei compagni, pensavo a cosa sarebbe stato di noi di lì a 10 anni, quando saremmo stati grandi, ovvero trentenni. Ricordo bene il profilo di Roberto, che era il mio ragazzo, di Eugenio che era proprio bello e di Claudio che era il mio migliore amico. Erano lì in fila, di profilo e, dalla mia prospettiva, li vedevo come l’iconografia classica di Marx, Lenin e Engels sui manifesti e sui giornali dei PCML (Partito Comunista Marxista Leninista). <br />
Il cuore mi scoppiava d’amore, d’orgoglio e del sacro fuoco della lotta con le masse popolari sulla via del socialismo e loro cantavano e cantavano…………….</p>
<p class="caption">E Claudio, quando intonavamo Valsesia, era tra quelli che si toccavano arrivando ad una certa strofa, a cui aggiungeva sottovoce qualche parola in più: “ Valsesia, Valsesia che c’importa se si muor (si fa per dir), questo è il grido del valore, partigiano vincerààààààààà!”</p>
<p class="caption">Sono le 7.30 e sono già a scuola, “noi” dovevamo arrivare prima degli altri per vigilanza, militanza, volantinaggio e chi più ne ha più ne metta. Fatto sta che Claudio per arrivare a quell’ora doveva alzarsi alle 6, dato che abitava fuori Milano e dalla parte opposta della città. <br />
Lo vedo arrivare e mi accingo a riprenderlo perché è in ritardo, ma lui mi precede. Mi prende sottobraccio e mi porta in disparte “Oggi Emanuela va dal ginecologo a farsi prescrivere la pillola”. E’ assolutamente radioso. <br />
Non so più se la frase sia stata profferita o solo pensata, ma aleggia palpabile nell’aria “Finalmente si ciula!”</p>
<p class="caption">E’ una domenica mattina: diffusione militante del giornale, attività da noi tutti odiata. Dovevamo alzarci presto anche nell’unico giorno in cui avremmo potuto dormire per andare a suonare campanelli di case dove tutti erano ancora in pigiama e non ci accoglievano certo con gioia.</p>
<p class="caption">Io non c’ero andata, non se avevo bigiato e se semplicemente non toccava a me.<br />
Fatto sta, che verso mezzogiorno suona il campanello. Sono Claudio e Roberto. Claudio ha le mani chiuse a conca, indossa un loden verde e battibecca con Roberto, come spesso accade. I compagni salutano i miei genitori e si scusano per il disturbo. Tra le mani Claudio ha un uccellino giallo “L’abbiamo trovato in Piazza Medaglie d’Oro e non sapevamo cosa fare. Roberto dice che avete già altri canarini”. <br />
In effetti, mio padre ne aveva una grande voliera piena. Prende il canarino in mano e decreta che è una femmina, per depositarla poi nella gabbia con gli altri. <br />
Non ricordo il seguito, ma l’immagine di Claudio che entra con le mani giunte, muovendosi con cautela come un monaco tibetano, è vivissima. La canarina morirà poco tempo dopo Claudio. Ricordo che piansi a lungo e le lacrime rimbalzavano sul corpicino che tenevo in mano. So che sembra una storia “come in un libro scritto male”, ma andò davvero così.</p>
<p class="caption">Eccolo di nuovo Claudio, viene a cena da me per poi andare insieme a qualche riunione. L’ho chiamato a casa chiedendogli di portare un po’ di pane ché ne sono a corto. Arriva con un sacco da un chilo come minimo, mia madre lo vede e scoppia a ridere e lui con lei. Ha il suo maglione preferito, bianco, col collo alto, da pescatore nordico. <br />
Anche mia madre si ricorda questo episodio, si ricorda anche il maglione bianco, “come se fosse adesso”.</p>
<p class="caption"><strong>Lela Dall'Acqua</strong><br />
Milano</p>Il silenzio dura ancora2009-04-05T11:44:45Z2009-04-05T11:44:45Zhttps://pernondimenticare.net/documenti/la-memoria-le-storie-2008/352-il-silenzio-dura-ancoraAdministratorinfo@pernondimenticare.net<h3 class="caption">Il silenzio dura ancora</h3>
<p class="caption">Nel 1975 Feltrinelli pubblica “Noi e il nostro corpo” un manuale che ha aiutato le ragazze e alcuni maschi come Claudio, a essere più consapevoli della propria sessualità.</p>
<p class="caption">“Mi piacerebbe” dico a Claudio e lo vedo illuminarsi: “ davvero lo vuoi? te lo regalo io”. Stavo con lui da un po’ e dell’argomento "sesso e contraccezione" si era parlato a lungo, <em>prima </em>.</p>
<p class="caption">Parlato, quasi come si faceva fra le compagne.</p>
<p class="caption">Quel pomeriggio ero andata dal ginecologo. Di nascosto dai miei genitori, era la mia prima volta e una compagna mi aveva aiutato a trovarne uno “democratico” che mi desse la pillola senza troppe complicazioni.</p>
<p class="caption">Alla sera, Claudio non mi telefona per sapere com’è andata, mi sembra strano, ma decido di rimandare le spiegazioni al giorno dopo quando ci saremmo incontrati a scuola.</p>
<p class="caption">Mio padre lavorava la notte. La mattina del 17 aprile mi chiama per impedirmi di andare a scuola: “ hanno ammazzato uno della tua scuola e ci sarà casino, non ti mettere in mezzo”.</p>
<p class="caption">La radio conferma la notizia: cita il nome di Claudio, la mia testa scoppia ... piazza Cavour, una manifestazione per la casa, provocazioni ... e io sono lì che riesco a gridare solo OH NOO! I miei pensieri si fermano e so solo che DEVO andare a scuola subito.<br />
La mamma, la nonna, non sanno che Claudio è il mio ragazzo, non si rendono conto di cosa sta succedendo e non sanno che dire per consolarmi un po’.</p>
<p class="caption">Arrivo a scuola, finalmente. Il silenzio è inconsueto, gli occhi di tutti arrossati. Finalmente incontro Pietro, il mio prof di lettere, che mi abbraccia, le mie compagne ammutolite, Karin la vicepreside, Franco, il prof di Claudio ... il dolore è troppo grande per tutti.<br />
Fra i compagni del movimento solo sguardi, tristi e rabbiosi, non si usa parlare ed esprimere a voce i propri sentimenti e questo silenzio durerà per molti anni ancora ... e forse non si è sciolto nemmeno oggi.</p>
<p class="caption">C’è comunque da improvvisare una manifestazione: parte dal Turismo e via via che muove verso il centro si ingrossa a dismisura, raccoglie operai e studenti. Così da ogni altra scuola e quartiere della città.</p>
<p class="caption">Per tutta la mattinata mi muovo in corteo ma non percepisco con esattezza ciò che ho intorno e tutto sembra, spero che sia, irreale.<br />
Anche quando si sparge la voce che un altro compagno è stato ucciso. <br />
Alcuni amici mi portano a casa. Ascolto un nastro di Guccini per un sacco di volte, non so come gestire quel dolore enorme, quella rabbia, quella cosa enorme piombata all’improvviso sui miei sedici anni. E ricominciare il giorno dopo con un altro corteo, per Giannino, e ancora nelle settimane seguenti.</p>
<p class="caption">La gita scolastica di alcune classi è programmata in Sicilia ci troviamo così insieme al nostro preside Berardino e agli insegnanti alla guida del corteo del 25 aprile a Catania. All’università portiamo la nostra testimonianza in assemblea e raccogliamo la solidarietà degli studenti del sud.</p>
<p class="caption">Ripeto, non c’era dialogo interpersonale o la possibilità di esprimere sentimenti, c'era la certezza dell’appartenenza a un ideale e la necessità di agire per un fine collettivo ci mantenevano uniti.<br />
Uniti <em>contro </em>il fascismo, le ingiustizie sociali, le stragi e le bugie.<br />
Un sacco di distinzioni ideologiche (MS, LC, AO, DP, FGCI ecc) non ci aiutavano invece ad agire uniti<em> per </em>ottenere qualcosa: che sia un problema ancora non risolto oggi?</p>
<p class="caption"><strong>Emanuela Masserani - 25.01.08</strong> <br />
Milano</p><h3 class="caption">Il silenzio dura ancora</h3>
<p class="caption">Nel 1975 Feltrinelli pubblica “Noi e il nostro corpo” un manuale che ha aiutato le ragazze e alcuni maschi come Claudio, a essere più consapevoli della propria sessualità.</p>
<p class="caption">“Mi piacerebbe” dico a Claudio e lo vedo illuminarsi: “ davvero lo vuoi? te lo regalo io”. Stavo con lui da un po’ e dell’argomento "sesso e contraccezione" si era parlato a lungo, <em>prima </em>.</p>
<p class="caption">Parlato, quasi come si faceva fra le compagne.</p>
<p class="caption">Quel pomeriggio ero andata dal ginecologo. Di nascosto dai miei genitori, era la mia prima volta e una compagna mi aveva aiutato a trovarne uno “democratico” che mi desse la pillola senza troppe complicazioni.</p>
<p class="caption">Alla sera, Claudio non mi telefona per sapere com’è andata, mi sembra strano, ma decido di rimandare le spiegazioni al giorno dopo quando ci saremmo incontrati a scuola.</p>
<p class="caption">Mio padre lavorava la notte. La mattina del 17 aprile mi chiama per impedirmi di andare a scuola: “ hanno ammazzato uno della tua scuola e ci sarà casino, non ti mettere in mezzo”.</p>
<p class="caption">La radio conferma la notizia: cita il nome di Claudio, la mia testa scoppia ... piazza Cavour, una manifestazione per la casa, provocazioni ... e io sono lì che riesco a gridare solo OH NOO! I miei pensieri si fermano e so solo che DEVO andare a scuola subito.<br />
La mamma, la nonna, non sanno che Claudio è il mio ragazzo, non si rendono conto di cosa sta succedendo e non sanno che dire per consolarmi un po’.</p>
<p class="caption">Arrivo a scuola, finalmente. Il silenzio è inconsueto, gli occhi di tutti arrossati. Finalmente incontro Pietro, il mio prof di lettere, che mi abbraccia, le mie compagne ammutolite, Karin la vicepreside, Franco, il prof di Claudio ... il dolore è troppo grande per tutti.<br />
Fra i compagni del movimento solo sguardi, tristi e rabbiosi, non si usa parlare ed esprimere a voce i propri sentimenti e questo silenzio durerà per molti anni ancora ... e forse non si è sciolto nemmeno oggi.</p>
<p class="caption">C’è comunque da improvvisare una manifestazione: parte dal Turismo e via via che muove verso il centro si ingrossa a dismisura, raccoglie operai e studenti. Così da ogni altra scuola e quartiere della città.</p>
<p class="caption">Per tutta la mattinata mi muovo in corteo ma non percepisco con esattezza ciò che ho intorno e tutto sembra, spero che sia, irreale.<br />
Anche quando si sparge la voce che un altro compagno è stato ucciso. <br />
Alcuni amici mi portano a casa. Ascolto un nastro di Guccini per un sacco di volte, non so come gestire quel dolore enorme, quella rabbia, quella cosa enorme piombata all’improvviso sui miei sedici anni. E ricominciare il giorno dopo con un altro corteo, per Giannino, e ancora nelle settimane seguenti.</p>
<p class="caption">La gita scolastica di alcune classi è programmata in Sicilia ci troviamo così insieme al nostro preside Berardino e agli insegnanti alla guida del corteo del 25 aprile a Catania. All’università portiamo la nostra testimonianza in assemblea e raccogliamo la solidarietà degli studenti del sud.</p>
<p class="caption">Ripeto, non c’era dialogo interpersonale o la possibilità di esprimere sentimenti, c'era la certezza dell’appartenenza a un ideale e la necessità di agire per un fine collettivo ci mantenevano uniti.<br />
Uniti <em>contro </em>il fascismo, le ingiustizie sociali, le stragi e le bugie.<br />
Un sacco di distinzioni ideologiche (MS, LC, AO, DP, FGCI ecc) non ci aiutavano invece ad agire uniti<em> per </em>ottenere qualcosa: che sia un problema ancora non risolto oggi?</p>
<p class="caption"><strong>Emanuela Masserani - 25.01.08</strong> <br />
Milano</p>In Inghilterra2009-04-05T11:44:01Z2009-04-05T11:44:01Zhttps://pernondimenticare.net/documenti/la-memoria-le-storie-2008/353-in-inghilterraAdministratorinfo@pernondimenticare.net<h3 class="caption">In Inghilterra</h3><p class="caption">Di Claudio non ho ricordi particolarmente significativi. Ma cosa può esserci di tanto significativo nella vita di due sedicenni da essere ricordato dopo più trent’anni ? Non fosse scontato, retorico e lacrimevole mi risponderei dicendo “la morte”. Però è probabilmente la verità perché il 16 aprile 1975 è una specie di spartiacque: prima ci sono solo fotogrammi sparsi e confusi di episodi tutto sommato un po’ sciocchi, dopo i ricordi diventano più nitidi, precisi e ahimé seri. </p><p class="caption">Ci siamo conosciuti forse nel 1972 oppure nel ‘73. Siamo poi diventati amici probabilmente per sbaglio perché non avevamo praticamente nulla in comune: lui di Bollate, io di Milano; lui a scuola al Turismo, io al Carducci; lui “faceva politica” in zona Romana, io a Lambrate. Ci accomunava solo la militanza nel Movimento Studentesco prima e nel MLS poi. Manifestazioni, presidi, assemblee cittadine erano occasioni in cui sicuramente ci si incrociava ma non c’era una particolare ragione per cui avremmo dovuto frequentarci al di fuori della “politica”. Allora le amicizie nascevano quasi esclusivamente con quelli con cui “facevi politica” dalla mattina alla sera; un po’ per mancanza di tempo, un po’ per l’orgoglio “settario” del piccolo gruppo ciascuno stava coi “suoi”. Nonostante ciò diventammo amici però oggi non riesco a ricordare perché. Ammesso esistesse un perché. </p><p class="caption">I primi fotogrammi di quella che non credo fosse già un’amicizia non hanno nemmeno il sonoro: un’assemblea all’aula Crociera della Statale. E’ inverno perché l’abbigliamento è invernale, parliamo ma il film è muto.<br />Il sonoro arriva uno o due anni dopo con l’estate. Giugno 1974. <br />Una festa popolare al parco Ravizza. Seduti su due traballanti sedie pieghevoli in un angolo del parco chiacchieriamo di vacanze. Decidiamo di andare insieme in Inghilterra a studiare l’inglese. A Exeter dove io ero già stato, conoscevo la scuola e si poteva risparmiare iscrivendosi direttamente. </p><p class="caption">Il paesaggio cambia, non è più un parco ma una via di Exeter. Claudio con una giacca a vento blu gioca a fare il torero con Carlos, uno spagnolo che avevamo conosciuto a scuola. Ma prima di arrivare a giocarci assieme c’erano state lunghe discussioni: lo spagnolo era figlio di un medico del dittatore fascista Franco e noi eravamo militanti “in servizio permanente effettivo”; era “politicamente corretto” frequentarlo ? Non eravamo per nulla sicuri lo fosse. Però Carlos era simpatico e soprattutto conosceva delle ragazze spagnole e francesi carine, così decidemmo di far finta di niente e Claudio oltre che a fare il torero cominciò anche a corteggiare una di loro, una francese, Finì che prima di rientrare in Italia andò pure qualche giorno a casa sua in Francia. </p><p class="caption">Il richiamo della militanza però era troppo forte. La coscienza rimordeva per quella frequentazione un po’ dubbia. L’occasione per ripulirla capitò, guarda la combinazione, proprio in una lavanderia a gettone. Nel maggio di quell’anno Giscard d’Estaing era stato eletto Presidente della Repubblica e a Exeter alcuni francesi giravano indossando delle magliette con scritto “Giscard a la barre”. Tirandola molto per i capelli decidemmo che siccome Giscard d’Estaing era di destra quei francesi con le magliette dovevano esserlo sicuramente di più. E, provocazione intollerabile, due di loro erano entrati nella lavanderia dove noi stavamo facendo il bucato. Fu una scena surreale con lanci di detersivo, cesti di camicie e mutande che volavano e due giscardiani terrorizzati che scappavano doloranti. Oltre alla biancheria anche la coscienza del militante era stata lavata. </p><p class="caption">A Claudio piaceva un giaccone usato dell’esercito inglese che mi ero comperato l’anno precedente. Lo voleva anche lui. Costava una decina di sterline, quindicimila lire, non tanto ma per lui che si era pagato una parte del soggiorno in Inghilterra lavorando era una somma considerevole. Però gli piaceva. Tanto. Finì che lo comprò. Era quello che indossava il giorno in cui è stato assassinato. Da allora ogni volta che mi capita di guardare la foto in cui con quel giaccone verde giace morto sulle strisce pedonali di piazza Cavour lo rivedo contento mentre se lo infila e si guarda allo specchio nel negozio di surplus militari di Exeter. </p><p class="caption">L’ultimo fotogramma di quell’estate 1974, l’ultima della sua vita, in realtà non l’ho mai visto, l’ho solo immaginato. Mia mamma che parla al telefono con Claudio. Era il 9 o il 10 di settembre; le vacanze erano già finite, da un pezzo per Claudio, da qualche giorno per me che ero rimasto un altro mese in Inghilterra. Però appena ritornato ero già riuscito a farmi arrestare e finire al Beccaria. Claudio aveva telefonato a mia mamma per tranquillizzarla e rassicurarla. Nessuno gli aveva chiesto di farlo e non era nemmeno compito suo, ci avevano già pensato i compagni della mia zona. Ma lui si era sentito comunque in dovere di farlo.<br />Per amicizia. Solo per amicizia. </p><p class="caption"><strong>Andrea Giansanti </strong><br />Milano </p><h3 class="caption">In Inghilterra</h3><p class="caption">Di Claudio non ho ricordi particolarmente significativi. Ma cosa può esserci di tanto significativo nella vita di due sedicenni da essere ricordato dopo più trent’anni ? Non fosse scontato, retorico e lacrimevole mi risponderei dicendo “la morte”. Però è probabilmente la verità perché il 16 aprile 1975 è una specie di spartiacque: prima ci sono solo fotogrammi sparsi e confusi di episodi tutto sommato un po’ sciocchi, dopo i ricordi diventano più nitidi, precisi e ahimé seri. </p><p class="caption">Ci siamo conosciuti forse nel 1972 oppure nel ‘73. Siamo poi diventati amici probabilmente per sbaglio perché non avevamo praticamente nulla in comune: lui di Bollate, io di Milano; lui a scuola al Turismo, io al Carducci; lui “faceva politica” in zona Romana, io a Lambrate. Ci accomunava solo la militanza nel Movimento Studentesco prima e nel MLS poi. Manifestazioni, presidi, assemblee cittadine erano occasioni in cui sicuramente ci si incrociava ma non c’era una particolare ragione per cui avremmo dovuto frequentarci al di fuori della “politica”. Allora le amicizie nascevano quasi esclusivamente con quelli con cui “facevi politica” dalla mattina alla sera; un po’ per mancanza di tempo, un po’ per l’orgoglio “settario” del piccolo gruppo ciascuno stava coi “suoi”. Nonostante ciò diventammo amici però oggi non riesco a ricordare perché. Ammesso esistesse un perché. </p><p class="caption">I primi fotogrammi di quella che non credo fosse già un’amicizia non hanno nemmeno il sonoro: un’assemblea all’aula Crociera della Statale. E’ inverno perché l’abbigliamento è invernale, parliamo ma il film è muto.<br />Il sonoro arriva uno o due anni dopo con l’estate. Giugno 1974. <br />Una festa popolare al parco Ravizza. Seduti su due traballanti sedie pieghevoli in un angolo del parco chiacchieriamo di vacanze. Decidiamo di andare insieme in Inghilterra a studiare l’inglese. A Exeter dove io ero già stato, conoscevo la scuola e si poteva risparmiare iscrivendosi direttamente. </p><p class="caption">Il paesaggio cambia, non è più un parco ma una via di Exeter. Claudio con una giacca a vento blu gioca a fare il torero con Carlos, uno spagnolo che avevamo conosciuto a scuola. Ma prima di arrivare a giocarci assieme c’erano state lunghe discussioni: lo spagnolo era figlio di un medico del dittatore fascista Franco e noi eravamo militanti “in servizio permanente effettivo”; era “politicamente corretto” frequentarlo ? Non eravamo per nulla sicuri lo fosse. Però Carlos era simpatico e soprattutto conosceva delle ragazze spagnole e francesi carine, così decidemmo di far finta di niente e Claudio oltre che a fare il torero cominciò anche a corteggiare una di loro, una francese, Finì che prima di rientrare in Italia andò pure qualche giorno a casa sua in Francia. </p><p class="caption">Il richiamo della militanza però era troppo forte. La coscienza rimordeva per quella frequentazione un po’ dubbia. L’occasione per ripulirla capitò, guarda la combinazione, proprio in una lavanderia a gettone. Nel maggio di quell’anno Giscard d’Estaing era stato eletto Presidente della Repubblica e a Exeter alcuni francesi giravano indossando delle magliette con scritto “Giscard a la barre”. Tirandola molto per i capelli decidemmo che siccome Giscard d’Estaing era di destra quei francesi con le magliette dovevano esserlo sicuramente di più. E, provocazione intollerabile, due di loro erano entrati nella lavanderia dove noi stavamo facendo il bucato. Fu una scena surreale con lanci di detersivo, cesti di camicie e mutande che volavano e due giscardiani terrorizzati che scappavano doloranti. Oltre alla biancheria anche la coscienza del militante era stata lavata. </p><p class="caption">A Claudio piaceva un giaccone usato dell’esercito inglese che mi ero comperato l’anno precedente. Lo voleva anche lui. Costava una decina di sterline, quindicimila lire, non tanto ma per lui che si era pagato una parte del soggiorno in Inghilterra lavorando era una somma considerevole. Però gli piaceva. Tanto. Finì che lo comprò. Era quello che indossava il giorno in cui è stato assassinato. Da allora ogni volta che mi capita di guardare la foto in cui con quel giaccone verde giace morto sulle strisce pedonali di piazza Cavour lo rivedo contento mentre se lo infila e si guarda allo specchio nel negozio di surplus militari di Exeter. </p><p class="caption">L’ultimo fotogramma di quell’estate 1974, l’ultima della sua vita, in realtà non l’ho mai visto, l’ho solo immaginato. Mia mamma che parla al telefono con Claudio. Era il 9 o il 10 di settembre; le vacanze erano già finite, da un pezzo per Claudio, da qualche giorno per me che ero rimasto un altro mese in Inghilterra. Però appena ritornato ero già riuscito a farmi arrestare e finire al Beccaria. Claudio aveva telefonato a mia mamma per tranquillizzarla e rassicurarla. Nessuno gli aveva chiesto di farlo e non era nemmeno compito suo, ci avevano già pensato i compagni della mia zona. Ma lui si era sentito comunque in dovere di farlo.<br />Per amicizia. Solo per amicizia. </p><p class="caption"><strong>Andrea Giansanti </strong><br />Milano </p>Per Giannino2009-04-05T11:40:28Z2009-04-05T11:40:28Zhttps://pernondimenticare.net/documenti/la-memoria-le-storie-2008/354-per-gianninoAdministratorinfo@pernondimenticare.net<h3>Per Giannino</h3><p>Per Giannino “Che facciamo? ce ne andiamo. Da dove? Da dove siamo venuti”, da Corso XXII Marzo.<br />Era da troppo tempo che ci eravamo inchiodati su quell’angolo per resistere alle cariche della polizia provenienti dalla sede del Msi di Via Mancini.<br />Ci avviamo, siamo gli ultimi della fila ma facciamo pochi passi e i compagni davanti a noi schizzano letteralmente sui muri e sulle saracinesche dei negozi del Corso, aggrappati non so a cosa ma riescono miracolosamente ad evitare il camion dei carabinieri che, lanciato sul marciapiedi a velocità folle, è già di fronte a noi. <br />Scendo di corsa dal marciapiedi cercando scampo nel mezzo della strada ma la maledetta, enorme sagoma scura quasi per dispetto ci segue e ci punta; istintivamente penso di cambiare traiettoria, di ritornare indietro ma fortunatamente non rallento e proseguo la mia corsa.<br />Un compagno davanti a me viene travolto ma nella mia immaginazione lo vedo risbucare da sotto il camion e continuare la sua corsa verso Piazza Cinque Giornate illeso, come se nulla fosse successo e anche per me, immagino un impatto senza dolore senza conseguenze; non ho pensato un attimo alla morte, tutto mi sembrava accadere nel vuoto più assoluto, in un ambiente senza materialità. Il camion mi colpisce e mi scaraventa di lato nel mezzo della strada, riesco a rialzarmi, ad evitare le camionette in arrivo e a raggiungere gli altri che mi portano in una casa dove un medico mi presta le prime cure …e poi a casa mia.<br />I compagni respingono i miei assalti continui nel voler notizie del compagno al mio fianco al momento dell’impatto mentendomi spudoratamente sul fatto che non ci fossero altri coinvolti.<br />Vengo a sapere di Giannino solo nel tardo pomeriggio dalla radio che i compagni fino ad allora mi avevano in ogni modo impedito di ascoltare. E’ un colpo pesante. <br />Giannino era un compagno e un fratello, eravamo insieme, con Pigi e le nostre compagne, la domenica prima al cinema e poi a cena non so dove. Erano anni in cui si viveva insieme sempre, di giorno e di notte; il privato era il politico e viceversa, non c’era separazione. <br />Eppure, per un attimo, in quella mattina, l’avevo perso di vista. </p><p><strong>Roberto Giudici</strong> <br />Milano </p><h3>Per Giannino</h3><p>Per Giannino “Che facciamo? ce ne andiamo. Da dove? Da dove siamo venuti”, da Corso XXII Marzo.<br />Era da troppo tempo che ci eravamo inchiodati su quell’angolo per resistere alle cariche della polizia provenienti dalla sede del Msi di Via Mancini.<br />Ci avviamo, siamo gli ultimi della fila ma facciamo pochi passi e i compagni davanti a noi schizzano letteralmente sui muri e sulle saracinesche dei negozi del Corso, aggrappati non so a cosa ma riescono miracolosamente ad evitare il camion dei carabinieri che, lanciato sul marciapiedi a velocità folle, è già di fronte a noi. <br />Scendo di corsa dal marciapiedi cercando scampo nel mezzo della strada ma la maledetta, enorme sagoma scura quasi per dispetto ci segue e ci punta; istintivamente penso di cambiare traiettoria, di ritornare indietro ma fortunatamente non rallento e proseguo la mia corsa.<br />Un compagno davanti a me viene travolto ma nella mia immaginazione lo vedo risbucare da sotto il camion e continuare la sua corsa verso Piazza Cinque Giornate illeso, come se nulla fosse successo e anche per me, immagino un impatto senza dolore senza conseguenze; non ho pensato un attimo alla morte, tutto mi sembrava accadere nel vuoto più assoluto, in un ambiente senza materialità. Il camion mi colpisce e mi scaraventa di lato nel mezzo della strada, riesco a rialzarmi, ad evitare le camionette in arrivo e a raggiungere gli altri che mi portano in una casa dove un medico mi presta le prime cure …e poi a casa mia.<br />I compagni respingono i miei assalti continui nel voler notizie del compagno al mio fianco al momento dell’impatto mentendomi spudoratamente sul fatto che non ci fossero altri coinvolti.<br />Vengo a sapere di Giannino solo nel tardo pomeriggio dalla radio che i compagni fino ad allora mi avevano in ogni modo impedito di ascoltare. E’ un colpo pesante. <br />Giannino era un compagno e un fratello, eravamo insieme, con Pigi e le nostre compagne, la domenica prima al cinema e poi a cena non so dove. Erano anni in cui si viveva insieme sempre, di giorno e di notte; il privato era il politico e viceversa, non c’era separazione. <br />Eppure, per un attimo, in quella mattina, l’avevo perso di vista. </p><p><strong>Roberto Giudici</strong> <br />Milano </p>Un caro amico2009-04-05T11:45:46Z2009-04-05T11:45:46Zhttps://pernondimenticare.net/documenti/la-memoria-le-storie-2008/355-un-caro-amicoAdministratorinfo@pernondimenticare.net<h3 class="caption">Un caro amico</h3><p class="caption">Grazie Lela, non mi ero mai più sentita così vicina a quei fatti.<br />Hai tolto lo strato depositato dal passare degli anni e anche quello che avevo aggiunto io per non provare il dolore di avere perso, in quel lontano 16 aprile, quello che per molti era “solo” un compagno di lotte ma che per me era soprattutto un caro amico. <br />Leggendo il tuo racconto ho rivisto come in un film quel giorno all’obitorio … <br />Io che accarezzo Claudio, che gli parlo, che come te mi domando come si possa morire per colpa di un piccolo foro dietro l’orecchio….<br />E mi riecheggiano nelle orecchie le urla della mamma di Claudio la sera prima all’ospedale Fatebenefratelli dove ero corsa nella speranza che tutto fosse solo un brutto sogno, si dice così no?<br />Il sogno era quello iniziato quel maledetto 16 aprile con la manifestazione per le case occupate di Corso Garibaldi. Io non ero potuta andare, divieto di uscire di casa per tutto il giorno, mio papa’ stava lavorando alla ristrutturazione del teatro Fossati e non potevo farmi trovare in manifestazione … <br />Ero a casa mia con Claudio e Bernardo, due compagni della Bocconi, mi stavo cambiando, avremmo poi raggiunto altri compagni in piazza Santo Stefano, forse si usciva, forse c’era qualche riunione …<br />Ma appena arrivati in Santo Stefano l’agitazione che serpeggiava tra i compagni era palpabile, si tagliava col coltello. Ricordo che qualcuno si è avvicinato a me, cercavano di dire e di non dire per paura della mia reazione … <br />E’ morto. No, e’ ferito … I ricordi diventano confusi … <br />Il cuore si stringe, si avvolge di una profonda tristezza che ancora oggi è presente.<br />Cosa dire quando ti saluti fuori da scuola, ti dai appuntamento alla sera per organizzare la giornata seguente - io e Claudio eravamo insieme responsabili del collettivo della scuola - e ti ritrovi a sussurrare parole e accarezzare un corpo freddo e immobile? <br />Certo tanti sono stati i progetti … Per il futuro, le confidenze ... che università pensi di fare ? io lingue e tu ? ma io non so forse biologia … e poi i racconti delle storie d’amore ... anni meravigliosi, anni innovativi, trasgressivi, vivi di fermento, d’amore, di condivisione e speranza in una vita migliore.<br />Claudio era timido ma leale e affettuoso, era uno su cui potevi contare.<br />Il ricordo ancora struggente di quel cane di peluche enorme che ho comprato per regalarlo al fratellino di Claudio, quelle visite a casa di Claudio a parlare con sua mamma.<br />Ma cosa sapevo io allora del dolore di una madre che vede il figlio uscire di casa e lo rivede morto assassinato in un ospedale?<br />Ricordo che in una di queste visite la mamma di Claudio mi aveva detto che lui le era apparso in sogno e le aveva detto di dirmi che stava bene ... quanti ricordi affiorano alla mente.<br />Il ricordo che può sembrare sbiadito è invece vivo nel sentimento, nel cuore e mi accompagnerà per sempre. <br />Che altro dire: sperare sempre che tutto ciò non sia stato inutile, anche se la perdita di una vita umana non giustifica mai abbastanza un ideale e in modo speciale quando si ritratta di un amico sincero. <br />Sicuramente la nostra vita di ragazzi spensierati è cambiata quella sera del 16 aprile. <br />Ci siamo trovati ad affrontare la morte improvvisa e tremenda, ci siamo trovati coinvolti in eventi più grandi di noi. Eventi che ci hanno però lasciato una grande maturità, che ci hanno legato gli uni agli altri con sentimenti profondi di amicizia, stima, affetto e solidarietà. Per questo dico: grazie Claudio, con il tuo sacrificio non voluto né cercato - eri così legato alla vita e ai tuoi sogni ! - hai lasciato nei nostri cuori questi sentimenti profondi che ci accompagneranno per tutta la vita. </p><p class="caption"><strong>Paola Amagliani</strong><br />Milano </p><h3 class="caption">Un caro amico</h3><p class="caption">Grazie Lela, non mi ero mai più sentita così vicina a quei fatti.<br />Hai tolto lo strato depositato dal passare degli anni e anche quello che avevo aggiunto io per non provare il dolore di avere perso, in quel lontano 16 aprile, quello che per molti era “solo” un compagno di lotte ma che per me era soprattutto un caro amico. <br />Leggendo il tuo racconto ho rivisto come in un film quel giorno all’obitorio … <br />Io che accarezzo Claudio, che gli parlo, che come te mi domando come si possa morire per colpa di un piccolo foro dietro l’orecchio….<br />E mi riecheggiano nelle orecchie le urla della mamma di Claudio la sera prima all’ospedale Fatebenefratelli dove ero corsa nella speranza che tutto fosse solo un brutto sogno, si dice così no?<br />Il sogno era quello iniziato quel maledetto 16 aprile con la manifestazione per le case occupate di Corso Garibaldi. Io non ero potuta andare, divieto di uscire di casa per tutto il giorno, mio papa’ stava lavorando alla ristrutturazione del teatro Fossati e non potevo farmi trovare in manifestazione … <br />Ero a casa mia con Claudio e Bernardo, due compagni della Bocconi, mi stavo cambiando, avremmo poi raggiunto altri compagni in piazza Santo Stefano, forse si usciva, forse c’era qualche riunione …<br />Ma appena arrivati in Santo Stefano l’agitazione che serpeggiava tra i compagni era palpabile, si tagliava col coltello. Ricordo che qualcuno si è avvicinato a me, cercavano di dire e di non dire per paura della mia reazione … <br />E’ morto. No, e’ ferito … I ricordi diventano confusi … <br />Il cuore si stringe, si avvolge di una profonda tristezza che ancora oggi è presente.<br />Cosa dire quando ti saluti fuori da scuola, ti dai appuntamento alla sera per organizzare la giornata seguente - io e Claudio eravamo insieme responsabili del collettivo della scuola - e ti ritrovi a sussurrare parole e accarezzare un corpo freddo e immobile? <br />Certo tanti sono stati i progetti … Per il futuro, le confidenze ... che università pensi di fare ? io lingue e tu ? ma io non so forse biologia … e poi i racconti delle storie d’amore ... anni meravigliosi, anni innovativi, trasgressivi, vivi di fermento, d’amore, di condivisione e speranza in una vita migliore.<br />Claudio era timido ma leale e affettuoso, era uno su cui potevi contare.<br />Il ricordo ancora struggente di quel cane di peluche enorme che ho comprato per regalarlo al fratellino di Claudio, quelle visite a casa di Claudio a parlare con sua mamma.<br />Ma cosa sapevo io allora del dolore di una madre che vede il figlio uscire di casa e lo rivede morto assassinato in un ospedale?<br />Ricordo che in una di queste visite la mamma di Claudio mi aveva detto che lui le era apparso in sogno e le aveva detto di dirmi che stava bene ... quanti ricordi affiorano alla mente.<br />Il ricordo che può sembrare sbiadito è invece vivo nel sentimento, nel cuore e mi accompagnerà per sempre. <br />Che altro dire: sperare sempre che tutto ciò non sia stato inutile, anche se la perdita di una vita umana non giustifica mai abbastanza un ideale e in modo speciale quando si ritratta di un amico sincero. <br />Sicuramente la nostra vita di ragazzi spensierati è cambiata quella sera del 16 aprile. <br />Ci siamo trovati ad affrontare la morte improvvisa e tremenda, ci siamo trovati coinvolti in eventi più grandi di noi. Eventi che ci hanno però lasciato una grande maturità, che ci hanno legato gli uni agli altri con sentimenti profondi di amicizia, stima, affetto e solidarietà. Per questo dico: grazie Claudio, con il tuo sacrificio non voluto né cercato - eri così legato alla vita e ai tuoi sogni ! - hai lasciato nei nostri cuori questi sentimenti profondi che ci accompagneranno per tutta la vita. </p><p class="caption"><strong>Paola Amagliani</strong><br />Milano </p>