L'assassino di Claudio Varalli venne individuato quasi immediatamente.
Tutti i testimoni oculari dichiararono che, in piazza Cavour,
un giovane aveva sparato ripetutamente prima dall'interno poi
dall'esterno di una Mini Minor, fino a quando la pistola non si
era inceppata.
L'auto risultava intestata ad Enrica Missaglia, madre di Antonio
Braggion, 22 anni, già noto come militante neofascista
anche alla Questura di Milano che qualche mese prima lo aveva
fermato con in tasca una pistola.
Pochi minuti dopo la sparatoria il sostituto procuratore Guido
Viola passava casualmente in piazza Cavour. Fu lui ad occuparsi
d'ufficio dei primi rilievi in attesa dell'arrivo del magistrato
di turno, Ottavio Colato.
Questi incaricò la polizia di compiere un controllo immediato
sia a casa di Braggion, sia a casa di un altro camerata,
riconosciuto nella descrizione di alcuni testimoni oculari.
Si trattava di Marco Vittorio Barone, 20 anni, squadrista, noto
per l'abitudine di aizzare contro gli avversari politici un cane
dobermann.
In casa di Barone, la polizia trovò le garze utilizzate
per medicare una ferita sulla fronte di Braggion, che se ne era
andato da pochi minuti. Alle 21.00 del 16 aprile Barone venne
arrestato per "testimonianza reticente".
Contro Braggion venne spiccato un mandato di cattura per "omicidio
volontario continuato, in parte consumato (Varalli) in parte tentato
( gli altri compagni di Claudio presi di mira), porto d'arma,
spari in luogo pubblico".
La sua fotografia venne distribuita agli equipaggi delle volanti
e ai posti di frontiera.
Il magistrato Ottavio Colato (che il giorno successivo venne sostituito
dal collega Emilio Alessandrini per decisione del Procuratore
capo, Giuseppe Micale), la polizia e i carabinieri dichiararono:
"L'arresto di Antonio Braggion è questione di ore".
Resterà latitante fino al 17 dicembre 1978.
Il delitto di Claudio Varalli andò in giudizio, in primo
grado, il 5 dicembre 1978.
A giudicare fu la II Corte d'Assise di Milano (Presidente: Antonino
Cusumano, Pubblico ministero: Luigi De Ruggiero).
Antonio Braggion, ancora latitante, aveva preannunciato
una prossima costituzione.
Il Giudice Istruttore, Ugo Dello Russo, rinviò a giudizio
anche l' amico neofascista di Braggion, Mario Vittorio Barone
per favoreggiamento e falsa testimonianza, e 10 compagni di Claudio
per lesioni volontarie procurate a Braggion e per il danneggiamento
della sua auto.
La Corte dichiarò subito il "non luogo a procedere"
per questi reati minori oramai coperti da amnistia. Il Comitato
antifascista, il Movimento lavoratori per il socialismo e 4 compagni
si costituirono Parte civile. La Corte accettò come tali
solo i compagni più vicini a Claudio, in quanto vittime
di "tentato omicidio" da parte di Braggion.
Il Giudice istruttore, Dello Russo, e il Pubblico ministero, Alessandrini
consegnarono alla corte la precisa convinzione che Antonio Braggion
avesse ucciso volontariamente.
Nella requisitoria di Alessandrini si legge: "...(Braggion)
non sparò per legittima difesa ma per sfoggiare contro
i suoi avversari che gliene avevano dato pretesto, il suo odio
di parte ed il suo risentimento."
Dello Russo descrive così le fasi del delitto: "Questi
(Braggion) entrava nell'autovettura dalla portiera destra, impugnava
un'arma ed esplodeva almeno tre colpi...diretti verso la parte
posteriore della macchina, e cioè la piazza Cavour. Usciva,
quindi dall'autovettura e si fermava lungo la fiancata destra
della stessa, impugnando ancora l'arma con la quale esplodeva
alcuni colpi diretti sempre verso la suddetta piazza....Il mortale
ferimento di Claudio Varalli avveniva in conseguenza dei colpi
esplosi dall'interno."
Braggion inviò alla Corte una lettera nella quale sosteneva
di aver sparato perchè "colpito ripetutamente al capo
ed al braccio sinistro ed accecato dal sangue che mi colava sugli
occhi e dal dolore atroce."
Il Giudice istruttore sconfessò questa ricostruzione dei
fatti rilevando che "le emergenze processuali sono tali da
far escludere che il Braggion, prima di entrare nell'autovettura,
sia stato accerchiato e colpito."
Un perito, il professor Franco Mangili dichiarò che "Claudio
Varalli è stato colpito mentre era in posizione di fuga."
La distanza di sparo risultò essere compresa fra un minimo
di 3,50 metri e 8 metri.
Non vi era alcuna "attualità di pericolo", come
rilevò il Pubblico ministero e neppure "proporzione
tra l'uso dell'arma e la situazione in corso".
"Braggion avrebbe potuto scappare come i suoi due amici (Barone
e Spallone)," affermarono gli inquirenti.
Braggion fece sapere dalla latitanza che non poteva scappare per
"ragioni di salute", ma un teste affermò di averlo
visto "correre velocemente" per via Turati.
Il giorno 16 dicembre 1978, il Pubblico ministero chiese alla
Corte di condannare Antonio Braggion a 16 anni di carcere per
il reato di omicidio volontario, negando le attenuanti generiche
ma concedendo quella della provocazione e la continuazione dei
reati di omicidio e tentato omicidio, detenzione e porto d'arma.
Il giorno dopo, Antonio Braggion si costituì.
Per la prima volta dietro le sbarre nella gabbia degli imputati,
nascose il viso con sciarpa e occhiali scuri. Sedeva voltando
le spalle al pubblico.
Non potè più essere interrogato perchè la
fase dibattimentale del processo era oramai chiusa. Prese la parola,
volontariamente, solo prima che la Corte si ritirasse per emettere
la sentenza. Disse: " Mi sono costituito dopo parecchio tempo
perchè sia possibile per me avere giustizia. Ho sparato
in quanto mi trovavo in uno stato di terrore, non sapevo quello
che facevo. Ho saputo in seguito ciò che era successo.
Non mi sento assolutamente colpevole e mi appello al sentimento
di giustizia di ogni singolo giudice."
I genitori di Claudio Varalli lo ascoltarono con gli occhi pieni
di lacrime.
La Corte si riunì alle 16.45 del 16 dicembre 1978. Ricomparve
alle 2.30 della notte. Nell'aula, dietro le transenne per il pubblico,
attendevano la sentenza un centinaio di studenti della scuola
di Claudio, l'Istituto tecnico per il Turismo.
Antonio Braggion fu dichiarato colpevole di eccesso colposo in
legittima difesa putativa e dei reati continuati di detenzione
e porto abusivo di pistola e condannato a 10 anni carcere, di
cui 2 condonati.
La Corte ritennne, quindi, che Braggion avesse "ragionevolmente
creduto" di trovarsi in pericolo ed avesse per questo "apprestato
mezzi eccessivi di difesa."
L'accusa di "tentato omicidio" di altri 4 compagni fu
lasciata cadere.
Il Pubblico ministero e i legali di Parte civile presentarono
appello contro la sentenza. Lo stesso fecero i legali di Braggion
che avevano chiesto l'assoluzione per "legittima difesa".
Antonio Braggion venne scarcerato dopo 8 mesi per "ragioni
di salute" (la diagnosi fu di cancro osseo).
Il processo d'appello si consumò in un solo giorno,
il 23 marzo 1981.
Davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Milano, Antonio Braggion
comparve a piede libero avendo ottenuto la libertà provvisoria
per le precarie condizioni di salute.
A 27 anni, laureando in giurisprudenza, si definì un cattolico
di destra e negò di aver militato in partiti o organizzazioni
vicine al Msi.
In un documento sul neofascismo a Milano diffuso negli anni Settanta
si può leggere però:
Antonio Braggion: ottobre '72 - partecipa all'assalto fascista
all'istituto Zappa; 15.11.72 - partecipa all'assalto alla Bocconi;
gennaio '73 - fa scritte fasciste all'istituto Vittorio Veneto;
12.4.73 - partecipa agli scontri in cui viene ucciso l'agente
Marino; 23.2.74 partecipa con altri due fascisti all'aggressione
ad un compagno. Viene denunciato per violazione di domicilio,
minacce a mano armata, danneggiamento e aggressione.
Il rappresentante dell'accusa Enrico Scarpinato ed i legali di
Parte civile, in rappresentanza della famiglia Varalli e dei 4
compagni vicini a Claudio al momento del delitto, ricostruendo
la dinamica del delitto, sostennero la "volontarietà
omicida" di Antonio Braggion.
Il Procuratore generale Scarpinato nella requisitoria chiese che
Braggion venisse condannato per omicidio volontario, tentato omicidio
e detenzione d'arma pur dando parere favorevole alla concessione
delle attenuanti generiche e alla continuazione tra i reati. Chiese
una pena di 13 anni di reclusione, due dei quali da condonarsi.
Gli avvocati difensori insistettero nella richiesta di assoluzione
piena per "legittima difesa".
La Corte dopo tre ore di camera di consiglio emise la sentenza:
Antonio Braggion venne ritenuto colpevole di eccesso colposo di
legittima difesa putativa e di detenzione di armi, come in primo
grado, ma in virtù della concessione delle attenuanti generiche
la condanna scese a sei anni e 200.000 lire di multa.
Antonio Braggion non era presente alla lettura del verdetto.
Il 26 ottobre 1982 la Corte di Cassazione dichiarò prescritto
il reato di eccesso colposo di legittima difesa .
La condanna a 3 anni per la detenzione illegale della pistola
usata per uccidere Claudio Varalli fu interamente coperta dal
condono.
Antonio Braggion, divenuto avvocato, è definitivamente
libero.
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