APRILE.
Capita, a volte, di imbatterci in giorni strani,
smarriti in un'altra stagione e che subito evocano in questa
sensazioni che non le appartengono.
Non esistono stagioni il cui ricordo, richiamato da queste giornate
speciali, non provochi nostalgia. Ognuna di esse ha qualcosa che
ce la fanno amare e anche l'inverno, per un bambino che aspetta
con ansia il Natale, può essere la stagione più
bella.
Altre volte però, questi giorni sperduti, arrivano come
ospiti indesiderati che non aspettavamo più, che non volevamo
più vedere.
In primavera ci possono essere giornate che ricordano l'inverno,
quelle che vengono dopo il Natale però, quando ormai si
attende solo la nuova stagione.
Ci sono stati mesi di aprile con la neve, residuo dell'inverno,
della vecchia vita, mesi nei quali faceva un freddo più
freddo. Un freddo cattivo, che sentiamo ancora più pungente
e fastidioso perché ci coglie di sorpresa. Ostinato perché
insiste per riportarci indietro, in quella stagione che volevamo
lasciarci alle spalle, che credevamo dimenticata. Un freddo che
doveva gelare quei fiori che illusi dalla primavera erano appena
sbocciati.
Nell'aprile del 1975 l'inverno ricomparve improvvisamente e quello
fu il mese più freddo e triste della mia vita.
Tutto cominciò esattamente il sedici di quel mese.
Ero appena rientrato a casa che ricevetti una telefonata da Marco:
- Hanno ammazzato un compagno, i fascisti hanno ucciso un compagno
oggi.- disse subito.
Rimasi per un attimo in silenzio, fu come se si fosse spalancata
improvvisamente la finestra e un soffio di aria gelida fosse entrato
in casa. Mi voltai, ma no, non c'era nessuna finestra aperta,
il freddo che era entrato dentro di me arrivava da quella cornetta
che tenevo in mano.
- Ma come
cosa
cos'è successo?- balbettavo.
- Un gruppo di compagni ha avuto uno scontro con dei fasci, una
di quelle carogne ha sparato e un compagno è morto.-
- Ma chi era? Lo conosciamo?-
- Non lo so, non so nient'altro. Ci vediamo domani a scuola, vieni
mezz'ora prima, bisogna fare i picchetti, l'assemblea, non so
-
Aveva finito quasi urlando e aveva riattaccato. Era strano sentirlo
gridare, era la prima volta che lo faceva.
Mi augurai che si fosse sbagliato, che quella non fosse una notizia
sicura, magari quel compagno era rimasto solo ferito, ma non era
così, il telegiornale confermò la triste realtà.
C'era stato uno scontro in piazza Cavour tra un gruppo di sinistra
che tornava da una manifestazione per la casa e un gruppo di
neofascisti che stava volantinando.
Uno dei neofascisti, Antonio Braggion, aveva sparato e un giovane
di sinistra era morto.
Si chiamava Claudio Varalli, aveva diciassette anni, era uno studente
dell'istituto per il turismo e la sua primavera, appena cominciata,
era già finita.
L'incredulità e lo sgomento non facevano altro che aumentare
la mia rabbia.
Non era giusto, non era possibile, ma come si poteva morire così,
a diciassette anni?
Poi pensai che poco tempo prima avrebbe potuto capitare anche
a me. Sarebbe bastato che quel fascetto che avevo rincorso e fermato
invece di un coltello avesse avuto una pistola o che i compagni
fossero arrivati tardi e sarei stato io, allora, a morire.
Cercai di immaginarmi il suo viso, come era fatto.
Chissà, magari lo avevo pure incontrato, a quella manifestazione
oppure a un'altra. Forse lo avevo anche sfiorato, avevo percorso
con lui qualche tratto di corteo. Anche la sua scuola era poco
lontana dalla mia.
Tutto di lui mi parve improvvisamente vicino, simile, troppo uguale.
Quella notte feci fatica ad addormentarmi.
La mia immagine si sovrapponeva in continuazione a quella di Claudio
e viceversa: rivedevo la scena da me vissuta dell'inseguimento
al fascista con Claudio al mio posto e poi, in dissolvenza, la
scena vissuta da lui con me al suo posto.
I nostri due volti, le nostre azioni e persino le nostre emozioni,
si confondevano.
E infine lo vedevo li, steso a terra.
Pensai a sua madre, alla sua disperazione a come aveva appreso
della morte di suo figlio.
Certo, queste sono cose che non si dicono subito, qualcuno telefona
e racconta una bugia pietosa, dice che c'è stato un incidente,
magari nemmeno grave, meglio andare a vedere però. E allora
si prende in fretta una borsa, ci si caccia dentro le solite cose,
il pigiama, un paio di ciabatte, lo spazzolino e si corre all'ospedale,
magari con un taxi per fare più in fretta. Poi, quando
si è li, si scopre che quella roba non serve più,
allora ci vuole un'altra barella e poi le punture per calmare
il dolore.
Mi addormentai anch'io.
Il giorno dopo eravamo veramente in tanti.
Assemblee veloci in ogni scuola e poi via, tutti in corteo a urlare
la nostra rabbia, a chiedere giustizia.
Volevamo dividere la nostra rabbia, stare tra di noi, tra compagni,
e dire a tutti che quello era un morto nostro.
Avevo proprio una gran voglia di andare a quella manifestazione.
Era una bella giornata di sole ma faceva tanto freddo.
Piazza Cavour era piena.
Il corteo, immenso, ci entrava dentro rabbioso come un'onda gigantesca
che si abbatte sulla riva e spazza via tutto quello che trova.
Poi, improvvisamente, si calmava, diventava placida e dolente
quando passava davanti a quel mucchio di fiori, al posto dove
avevano ammazzato Claudio.
Allora si vedeva solo la schiuma, un mare di pugni chiusi levati
al cielo, teste chine e un brivido lungo la schiena.
Proseguimmo, sapevamo dove andare, non c'era nemmeno bisogno di
dirlo. Avremmo potuto arrivarci anche a occhi chiusi, portati
solo dal nostro istinto e dalla nostra rabbia.
In Via Mancini c'era la sede dell'M.s.i. e da quel luogo, da troppi
anni, uscivano i fascisti con le loro catene, i loro coltelli,
le loro pistole.
Passammo da piazza Fontana, camminando si udiva soltanto il rumore
dei nostri passi e quello delle saracinesche dei negozi abbassate
in fretta.
Quando ci fermammo eravamo proprio di fianco al palazzo di Giustizia
e il silenzio allora divenne perfetto, come quello che precede
le grandi occasioni.
Il corteo si stava caricando come una molla gigantesca che sarebbe
ben presto scattata, era come prendere la rincorsa prima di un
salto, cercare la giusta concentrazione.
Mi guardai intorno, volevo vedere i miei compagni di classe, i
miei compagni di cordone.
Alessio e Betti erano, se possibile, più attaccati che
mai, lui le cingeva le spalle con il braccio come a proteggerla
da qualcosa ancora da venire e lei nascondeva la testa nel suo
petto, quasi a fondersi con lui.
Marco dondolava sulle punte dei piedi, puliva e ripuliva le lenti
degli occhiali scuotendo la testa, lo faceva a intervalli regolari,
meccanicamente.
Pozzo aveva le mani dietro la schiena, il capo fisso a terra e
il mento appoggiato al petto, si vedeva solo il gran casco di
capelli, sembrava più piccolo che mai, pareva un bimbo
che attende un castigo.
Piero avrei potuto anche non guardarlo, sentivo la sua tensione
da come mi stringeva il braccio, stava così, fermo, come
se fosse fuso nel bronzo.
Casati invece aveva un sorriso strano e un lampo di follia disegnato
negli occhi.
Ne venni attratto, mi avvicinai:
- Hai paura?-
Mi guardò con una espressione confusa, batté alcune
volte le palpebre come se dovesse svegliarsi da un lungo sonno.
- Non bisognerebbe averne, no? Eh tu?.-
Sembrava quasi seccato, come se lo avessi disturbato da chissà
quale profonda meditazione.
- Beh, un po' si
Hai sentito cosa è successo a Torino?-
Si, lo sapeva anche lui, la notizia aveva già fatto il
giro di tutto il corteo. Un fascista aveva ucciso un altro compagno.
Fece un sospiro:
- Nella vita l'uomo è stato messo dentro per errore, non
gli appartiene. Qualcuno la attraversa portandosi dietro il vago
segno di una sublime predestinazione. Altri trascinano la loro
vita in una mediocrità infinita alla ricerca di quattro
soldi, di un po' di benessere.-
Era ossessionato dalla mediocrità.
Mi guardava con ostinazione ma con una totale assenza di espressione,
sembrava che parlasse a se stesso, che continuasse la sublime
riflessione dalla quale lo avevo distolto.
- Però nessuno ha il diritto di togliere la vita, di
ammazzare.- provai a rispondere.
Sembrava di parlare con un busto romano che all'improvviso, con
una voce che impressionava ancor di più perché generata
da quella fissità, acquistava la favella:
- Da quando si viene al mondo si comincia a morire, la propria
fine è l'unica certezza, lontana quanto si vuole ma sempre
li, al limite di ogni vita, da sempre e per tutti. Vivere è
prepararsi a morire e l'unica libertà sta nel decidere
quando e come. Si può scegliere, e si può scegliere
anche una bella morte.-
Non pensava ai compagni morti, parlava di sé, stava accarezzando
la sua disperazione.
Era affascinato dalla morte, dalla bella morte che potesse riscattare
una vita mediocre, ne parlava spesso, poco alla volta ma spesso.
In un'altra occasione mi aveva raccontato dell'espressione serena
che Napoleone aveva visto sul viso del principe Andreij e io gli
avevo risposto che quella era solo una sensazione dell'imperatore
ma non mi aveva nemmeno ascoltato.
Non lo avrebbe fatto neanche allora, si lasciò andare a
un sorriso lieve, ironico e doloroso allo stesso tempo, riprese
quello sguardo da sognatore. Davanti a sé non vedeva più
piazza Cinque Giornate ma si stendevano ormai i campi di battaglia
di Austerlitz.
Tornai al mio posto, socchiusi gli occhi e aprii le narici con
più forza, per ricordare meglio quel momento, per sentirne
tutte le sensazioni e respirarne tutti gli odori. Forse eravamo
a Waterloo e Casati non era Andrej ma Fabrizio Del Dongo.
Arrivò Vico. Lui si che sembrava veramente un generale,
passava in rassegna le sue truppe prima dell'assalto decisivo.
Pareva tranquillo, doveva infonderci coraggio, ma dietro quella
calma perfetta si intravedeva la rabbia a stento nascosta.
Non ci disse di tenere i cordoni quella volta. Non era necessario,
eravamo già così stretti da farci male. I nostri
pensieri, confusi nella medesima angoscia, si allacciavano.
Ci accarezzò con lo sguardo, forse voleva anche dirci qualcosa
ma riuscii appena a sorriderci e proseguì nella sua ispezione
seguito come sempre da Lucia.
Poi, improvvisamente, come ubbidendo a un ordine misterioso e
silenzioso, i fazzoletti salirono a coprire il viso e i passamontagna
scesero a coprire il volto.
Non tirava un alito di vento.
Le bandiere non sventolavano più, vennero sfilate e rimasero
solo i bastoni. Spuntarono fuori come d'incanto dalle borse delle
compagne bottiglie molotov e chiavi inglesi. Chi non aveva nulla
prendeva sassi dalla strada, spaccava il pavé raccogliendo
sanpietrini.
Il corteo finalmente si mosse, eravamo pronti.
La polizia era già schierata a difesa della sede fascista,
anche loro erano pronti, ci stavano aspettando, le maschere antigas
già sulla faccia.
Cominciò la battaglia e subito il fumo riempì la
strada, anche il cielo divenne grigio.
Si sentivano ordini secchi e bestemmie, urla e slogan, canti di
lotta e grida isteriche, il rumore soffice dei candelotti e quello
volgare dei sassi.
Sembrava che quella volta ce la avremmo fatta a raggiungere il
nostro obiettivo, poi accadde ciò che nessuno si aspettava.
Si sentirono le sirene, dapprima in lontananza poi sempre più
vicino, troppo vicino, ma perché non si fermavano?
Vidi arrivare i camion dei carabinieri, impazziti, come se fossero
senza guida. Entrarono sul corso senza rallentare, i compagni
si spostarono in fretta, per non farsi investire. Qualcuno, passata
la sorpresa, tentò di reagire, i sassi e le bottiglie trovarono
un altro bersaglio. Davanti a me passò una camionetta col
telone in fiamme, poi vidi un paio di compagni tirare giù
un carabiniere da un'altra, colpirlo con le chiavi, ma i più
scappavano.
Si sentivano anche colpi d'arma da fuoco.
Entrarono anche gli ultimi due camion della colonna. Li vidi salire
sui marciapiedi, puntare diritti sui compagni.
Rimasi bloccato, sembrava volessero ammazzarci tutti, intorno
a me nessun viso noto. Non c'era tempo per seguire consigli ricevuti
cento altre volte.
E poi a cosa sarebbe servito tenersi sul bordo della strada o
mettersi dietro un palo se quelli salivano sui marciapiedi? Non
c'erano nemmeno portoni aperti in cui nascondersi o salite sulle
quali arrampicarsi in corso ventidue marzo. Bisognava solo scappare.
Le compagne correvamo male, le donne non sono fatte per correre,
erano quasi goffe con le loro borse a tracolla, sembrava facessero
un gran fatica.
Una cadde proprio di fronte a me. Non so come ma la sollevai prendendola
per un braccio. Era pallida e mi fissò con due occhi smisuratamente
spalancati, stupita come se avesse visto per la prima volta la
luce dopo anni di cecità.
Mi fece tenerezza, pensai che non avrebbe dovuto essere li, nessuno
avrebbe dovuto essere li ma tantomeno lei e le altre compagne.
Avrei voluto prenderla in braccio e portarla via, con tutte le
altre, su un immenso tappeto volante.
Si era divincolata e aveva ripreso a correre, come tutti.
Iniziai a farlo anch'io, dapprima piano, come alla partenza di
una maratona.
Poi uscii da quella sorta di trance in cui mi trovavo, e aumentai
la velocità.
Correvo più forte che mai. Scappavo e basta, come se non
avessi fatto altro per tutta la vita, come se fosse la cosa più
naturale del mondo, l'unica da fare in quel momento.
Incespicai in qualcosa, appoggiai la mano a terra e riuscii a
non cadere, il contatto col cemento mi diede una spinta formidabile,
ripresi a correre ancora più veloce. Correvo come sanno
farlo i bambini, mi pareva di toccare il suolo ogni cinque o sei
passi con le gambe che ruotavano come un mulinello
Correvo come in un sogno infantile fatto troppo spesso: io che
attraversavo un bosco scuro inseguito da un orco. Sentivo il suo
alito animale vicino e le sue mani, le sue zampe, che mi sfioravano
e allora correvo, scappavo senza voltarmi, per non dare un volto
a quella cosa nera senza forma che ansimava dietro a me. Sentivo
le tempie martellare, il sangue pulsare più forte. Provai
una fitta bruciante al fianco destro e alle costole, la milza
era ormai arrivata in gola. Volevo gridare ma il fiato non usciva,
serviva tutto per correre, per fuggire via. Scappavo e basta,
non pensavo nemmeno più, come se il farlo mi avrebbe tolto
secondi preziosi. La paura era più forte della vergogna.
Quando mi fermai, quando mi dovetti fermare, ero arrivato in viale
Campania.
Barcollai, dovetti appoggiare le mani alle ginocchia, il viso
a guardare il marciapiede che sembrava ancora muoversi sotto di
me, più molle di un onda. Avevo voglia di vomitare.
Così piegato mi girai indietro e vidi che dall'altra parte
del corso saliva ancora il fumo, ripresi a correre.
Imboccai viale Campania, presi per viale Argonne e infine giunsi
sotto casa. Mi voltai indietro per essere certo che nessuno mi
avesse seguito.
L'orco era stato seminato anche quella volta.
Salii le scale e mi sedetti sull'ultimo gradino a riprendere
fiato, non potevo farmi vedere conciato in quel modo.
Quando mi sembrò di essere uscito dall'apnea entrai e chiusi
alle mie spalle anche il portoncino esterno, come facevo solo
la sera, prima di andare a dormire.
Quell'odore strano, quell'odore che non sapeva di niente di particolare
se non di casa mia, mi accolse e come sempre mi tranquillizzò,
non del tutto però.
Mia madre aveva quella specie di sesto senso che hanno tutte le
mamme, forse di più. Se starnutivo a scuola era capace,
quando tornavo a casa, di chiedermi se avevo il raffreddore.
- Cosa è successo?- domandò agitata.
- Niente, niente, dopo il corteo sono arrivati i carabinieri e
io sono andato via.- risposi a fatica.
Riuscii a sedermi, mi accorsi che le gambe mi stavano tremando
- Si, ma cosa è successo?- ripeté.
- Non lo so, sono scappato, non so niente.- mi stringevo nelle
spalle per dare più forza a quello che dicevo.
- E perché sei ridotto così allora?-
- Sono stanco, solo stanco.- risposi scuotendo la testa.
Dopo un attimo di silenzio cambiò tono:
- Vuoi mangiare qualcosa?-
- No grazie, non ho fame.-
Conoscevo quel trucco: se fossi rimasto a tavola mi avrebbe interrogato
fino a farmi crollare, e poi avevo lo stomaco chiuso, volevo solo
rinchiudermi nella mia stanzetta. Avevo bisogno di parlare con
qualcuno, di sfogarmi, ma lei non era certo la persona adatta.
Mi sdraiai sul letto e finsi di dormire, era l'unico modo per
respingere i suoi assalti, mi addormentai sul serio.
Quando mi svegliai era già li:
- C'eri anche tu?-
Mi stiracchiai fingendo indifferenza.
- Dove?-
- In corso ventidue marzo.-
Lo sbadiglio simulato mi si fermò in gola.
- Perché cosa è successo?-
Ma ormai era inutile fingere, la notizia si era già diffusa,
quei camion impazziti saliti sui marciapiedi avevano ucciso uno
dei nostri, un altro compagno era morto.
Si chiamava Giannino Zibecchi, aveva ventisette anni, era uno
studente lavoratore.
Durante il telegiornale nessuno parlò e solo dopo cena
mia madre mi chiese se il giorno dopo avrei potuto accompagnarla
a fare la spesa, per aiutarla a portare le borse.
La guardai stupito:
- Domani vado a scuola.- risposi.
- Ma domani non c'è scuola, al telegiornale hanno detto
che c'è lo sciopero generale.-
- Allora andrò allo sciopero.- conclusi seccamente.
Mio padre non disse nulla, non aveva parlato per tutta la sera.
Telefonai a Marco e a Piero e solo allora il mio dolore divenne
completo perché l'avevo condiviso. Ci demmo appuntamento
per l'indomani e andai a dormire.
Anche quella notte, la seconda, feci fatica a prendere sonno.
Era come se non fossi nel mio letto, lo sentivo strano, troppo
alto o troppo basso, troppo morbido il materasso o troppo rigido
il cuscino. Sul fianco destro o su quello sinistro, supino o
diritto la sostanza non cambiava. Gli occhi non riuscivano a chiudersi.
Rivedevo tutta la giornata appena passata ma quando arrivavo col
ricordo a corso ventidue marzo tutto acquistava velocità,
era come guardare le cose da un treno in corsa: ogni cosa si affacciava
per un istante e poi scompariva per sempre nell'oscurità.
Finalmente mi addormentai.
Mi svegliai stranamente riposato, guardai l'orologio: era mezzogiorno,
mia madre non mi aveva chiamato.
Mi alzai di scatto e arrivai in cucina come una furia, pensavo
al corteo perso, ai compagni che non mi avevano visto, a cosa
avrebbero detto di me. Lei era li, stava cucinando. Iniziai a
gridare ma lei rimaneva impassibile, forse giunsi anche a minacciarla
ma lei se ne stava li di fronte a me, calma. Sembrava l'argine
di un fiume che deve trattenere una piena, aveva quella serenità
di chi sa di aver compiuto il suo dovere.
Allora, improvvisamente, capii: il primo dovere di una madre è
quello di proteggere i figli e lei, non svegliandomi, aveva pensato
solo a difendermi, forse addirittura a salvarmi la vita.
Il mio dovere di militante era stato sconfitto dal suo e pensai,
vergognandomi un po', che forse aveva ragione, era assurdo ma
avrei potuto anche ringraziarla. Smisi di gridare.
Ai funerali di Giannino Zibecchi però ci andai, dovevo
farlo. Mia madre non era spaventata della mia reazione ma pensava
che almeno a un funerale non sarebbe accaduto nulla.
Giannino non aveva avuto una famiglia vera, anche i suoi genitori
adottivi erano morti e mai si sarebbe immaginato che al suo funerale
ci sarebbe stata così tanta gente, che tutta una città
lo avrebbe adottato anche se in ritardo, anche se solo per un
giorno.
Faceva caldo ma la dolcezza di quella sensazione faceva pesare
ancora più la mia tristezza. I compagni non mi chiesero
nulla, erano tutti silenziosi, anche Casati non parlò.
Tutte le strade lungo il percorso, dai Navigli fino in piazza
Duomo, traboccavano di gente e di colori, era stato proclamato
il lutto cittadino, Milano si era fermata per davvero.
Qualcuno cantava "son morti sui vent'anni, per il nostro
domani, son morti come vecchi partigiani" e c'erano anche
loro, i partigiani, quelli vecchi, ad accompagnare quello nuovo
nel suo ultimo viaggio.
Qualcuno gridava "ora e sempre resistenza, ora e sempre resistenza".
La bara, coperta da un tappeto di fiori rossi passava lentamente
tra quel mare di folla e come una barca che prende il largo verso
lidi sconosciuti navigava per la sua città, scendeva di
strada in strada verso il centro, arrivò in una piazza
Duomo troppo piccola.
Quel giorno, come d'incanto, scomparvero le mie paure, quella
dell'inseguimento al fascista e quella via Mancini.
In mezzo a quella moltitudine mi sentivo protetto e a mia volta
sentivo di proteggere chi mi stava vicino. La mia voce era quella
di tutti, così come i miei sogni e le mie speranze.
Tornando a casa mi venne in mente un pezzo dell'ultima lettera
che il "Che" scrisse a Fidel prima di partire per la
Bolivia, ricordava un altra partenza, quella dal Messico per Cuba.
Era la prima poesia che avevo imparato a memoria, me l'aveva insegnata
mio padre ancor prima che la maestra mi insegnasse "la nebbia
agli irti colli
".
" Un dia pasaron preguntando a quien se debia avisar en caso
de muerte, y la posibilitad real del hecho nos golpè a
todo. Despues supimos que era cierto que en una revolucion se
triunfa o se muere, si es verdadera."
Già, intanto bisognava che la rivoluzione fosse vera, e
poi, comunque, qualcuno era passato ad avvisare il "Che".
Anche quei compagni volevano cambiare il mondo ma nessuno li aveva
avvisati che potevano morire per quello.
Bastava guardare quelle foto: quella di Claudio, con quel braccio
piegato in modo innaturale e l'espressione quasi di stupore che
aveva mantenuto sul viso, anche nella morte. E poi quella di Giannino
che sembrava un manichino rotto che qualcuno aveva gettato via,
la sua bella faccia da d'Artagnan che non gli si riconosceva più
e il suo cervello a qualche passo da lui, con un carabiniere che
gli faceva la guardia.
Nessuno, neanche quel carabiniere, avrebbe potuto leggere la bella
morte sul suo viso.
Almeno il "Che" lo avevano sistemato un po', pareva
un Cristo, il Cristo del Mantegna.
Però chissà, forse è vero che uno certe cose
se le sente.
La madre di Claudio aveva raccontato che quel giorno suo figlio
le era apparso un po' strano: era già uscito da casa di
fretta perché in ritardo ma poi era poi risalito a salutare
ancora lei e il fratello. Li aveva baciati ancora una volta prima
di andarsene per sempre.
Io non credo ci siano gesti privi di senso ma soltanto che questo
si trova, a volte, al di là della casualità, inafferrabile
alla ragione. E' l'oscuro fascino del presagio al quale cerchiamo
di non dare importanza, quasi a esorcizzarlo, ma che comunque
ci impaurisce, ci pone confusamente davanti a qualcosa che riusciamo
solo a percepire confusamente.
Non era un eroe Claudio, per essere un eroe bisogna volerlo, lui
invece era un ragazzo come me, con qualche mese in più
ma con gli stessi sogni. Anche lui aveva la passione per la politica
e indossava la stessa camicia azzurra, quella dell'aviazione militare,
portata fuori dai pantaloni, come la tenevo io.
In quei tragici giorni di aprile quattro compagni erano morti:
Claudio Varalli e Giannino Zibecchi a Milano, Tonino Miccichè
a Torino e Rodolfo Boschi(un compagno del P.C.I. ucciso a Firenze
dalla polizia due giorni prima).
C'erano stati altri morti prima, Franceschi, Serrantini e tanti
altri.
Ma da allora, da quei tragici giorni di aprile, in molti di noi
nacque la consapevolezza che avremmo potuto anche morire, a sedici
anni, per la difesa della democrazia.
Qualcuno ci aveva avvisato di quella possibilità e non
lo aveva fatto per cortesia.
Però sapevamo che non avrebbero potuto ucciderci tutti,
e che alla fine ce l'avremmo fatta a cambiare il mondo.
Ne eravamo certi.
Aprile finì nel sangue e un giovane fascista, Sergio Ramelli,
ferito a sprangate alcuni giorni prima, morì il giorno
ventinove di quel drammatico mese. Era stato colpito al posto
del fratello e anche per lui la primavera era finita troppo presto.
Quella morte non lenì il mio dolore ne la mia rabbia.
Però anche quei giorni freddi, sperduti dovevano finire.
Nessuno può fermare la primavera e i fiori sarebbero sbocciati
ancora.
Il trenta di quel mese Saigon venne finalmente liberata, la guerra
del Vietnam era finita.
Pino Angelico
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