Giovanni Pesce, il ragazzo di Visone, ci ha lasciati. Un vuoto, un doloroso
smarrimento prende possesso dei nervi, del sangue, dello spirito di chi lo ha
amato e conosciuto. Eppure, lo sappiamo, Visone rimane con noi.
Un mito non
muore, se ne va fisicamente perché nella sua eccezionalità resta un uomo, ma
regala il “suo” mondo a chi lo sa capire. La sua immagine, le parole, lo
sguardo, il tono della voce rimangono forti nei cuori e nelle menti di chi lo
ha conosciuto, anzi, in queste ore ognuno di noi scruta avidamente dentro di sé
alla ricerca di qualcosa, di un momento, di una occasione da ricordare per
sempre, qualcosa da trasmettere, qualcosa di cui parlare, da scolpire come un
blocco di marmo nell’infinito spazio della memoria.
Giovanni Pesce ci ha
sedotto con la sua semplicità e con l’intelligenza della sua passione
antifascista, lo abbiamo amato di persona o attraverso il racconto delle sue
gesta, scorrendo senza mai essere sazi le parole di “Senza tregua. La guerra
dei gap” o inseguendo la sua esperienza spagnola sulle pagine di “Un
garibaldino in Spagna”. Abbiamo letto molti testi dell’epopea partigiana,
conosciuto tanti vecchi gloriosi ragazzi che ci hanno affidato la loro
esperienza come un lascito prezioso, un valore inestimabile. Ma Visone aveva
qualcosa in più, un carisma indefinibile che conquistava immediatamente.
Come
tutti i ragazzi, tutti i compagni, avevo letto “Senza tregua” ed ero rimasto
affascinato dalla scrittura lineare e suggestiva di questo straordinario
personaggio, dai semplici eroi dei quali scolpiva i profili. Il meraviglioso
Dante Di Nanni era diventato uno di noi, anzi, noi avremmo voluto essere dei
suoi, ci sentivamo con lui, ne invidiavamo il coraggio, la lucidità. E poi lui,
Visone, l’uomo dal coraggio inaudito, lo abbiamo amato, e attraverso di lui
tutti i ragazzi di cui parla e dei quali ci regala le gesta eroiche, abbiamo
amato il suo spirito di sacrificio, la sua infallibile pistola.
Mi torna alla
mente la sera in cui l’ho conosciuto, Giovanni Pesce. Tanti anni fa, alla
biblioteca rionale di Calvairate. Eravamo nei guai, circondati da circa
duecento PS che avevano l’aria di volerci sistemare, noi, gruppo di disperati,
compatti, spalla a spalla, accostati la muro, decisi a …nemmeno lo sapevamo a
cosa.
Tutto a un tratto, il miracolo. La situazione si sblocca. Come in una
visione, nell’ oscurità incombente rotta solo dalle minacciose luci blu dei
mezzi della polizia, sopraggiungeva un uomo in età matura, di bassa statura, in
giacca e cravatta, snello e dall’aria decisa, che senza indugi si rivolgeva al
vicequestore con disinvolta sicurezza: «Sono la medaglia d’Oro Giovanni Pesce.»
Il funzionario gli rispondeva subito in tono deferente. Lo conosce, sa chi è, e
gli chiede il perché della sua presenza. Pesce gli spiega quello che il
funzionario già sa e che tuttavia ascolta con attenzione. «I ragazzi», cioè noi,
dice Visone, «vogliono partecipare all’assemblea alla biblioteca di Calvairate,
c’è il timore di provocazioni… I ragazzi sono stati invitati da noi».
Fissavo
incantato quel mito vivente, il Comandante partigiano Visone, il gappista,
l’uomo che aveva compiuto imprese di sovrumano coraggio… che entrava nei
ritrovi dei nazisti e del fascio, sparava con una o due rivoltelle, colpiva
infallibile e fuggiva in bicicletta, nella nebbia di Milano… o di Torino...
Quel giorno, invece, di nebbia ce n’era poca anche se era novembre, ma l’arrivo
di Visone aveva rovesciato i rapporti di forza, aveva creato un’atmosfera che
modificava progressivamente la situazione, che sembrava portare una qualità
magica che trasfigurava tutto e cambiava le carte in tavola, anzi, le regole
del gioco. L’uomo, Visone, mi sembrava avvolto in un raggio di luce, e crescere,
levitare, sovrastare tutti e tutto. Mi sembrava, ma non sembrava solo a me,
sembrava a tutti noi, ma credo anche a “loro”, ai “garanti dell’ordine
pubblico”, un gigante che discorreva con degli umani. E il vicequestore annuiva,
cercava di resistere all’autorevolezza di quell’uomo, delle sue nuove regole,
della nuova atmosfera. Una grande calma invase tutti quanti, distribuiva
sicurezza persino agli uomini in divisa, dissolveva la paura, rassicurava…
«Beh…» disse il vicequestore, «…se Lei garantisce…medagliadoropesce», così,
tutto di seguito, «se Lei si fa garante….»
«Certamente!» rispose Pesce
arrotando la erre in un suo modo inconfondibile, «mi assumo tutta la
responsabilità!»
Le divise grigie si aprirono e si andava formando uno strano e
affascinante corteo. Alla testa procedeva il piccolo grande uomo, il Comandante
Partigiano Giovanni Pesce, dietro tutti noi in gruppo serrato, al seguito il
vicequestore e i suoi ufficiali, poi circa duecento poliziotti, tre o quattro
camion, una camionetta. Così attraversammo viale Molise. L’insolito corteo
prese a percorrere via Calvairate e qualcuno intonava le prime note di “Bella
ciao”, e tutti le ripresero, cantando sempre più forte, e il quartiere
rispondeva. Voglio dire che le finestre si aprivano e le donne e gli uomini
affacciati cominciavano a cantare con noi e a applaudire e così cantando con il
Comandante Visone in testa percorremmo la via Calvairate, scorrevamo lungo il
bordo di piazzale Martini, per approdare felicemente in via Ciceri Visconti
dove si trovava la biblioteca, dove c’erano un centinaio di persone che
applaudivano il nostro arrivo con Pesce alla testa della manifestazione. Il
sogno della nostra vita, marciare dietro a Visone.
Pesce fece un bellissimo
comizio nella notte ricordando il dovere di tutti, popolo e istituzioni, di
lottare contro la “barbarie nazifascista”, e ci aveva anche salvato con
brillante leggerezza.
Ci mancherai, Comandante Visone.
Un omaggio a Giovanni Pesce - archivio Per Non Dimenticare La pagina dedicata a Giovanni Pesce dall'Anpi