Per Giannino
“Che facciamo? ce ne andiamo. Da dove? Da dove siamo venuti”, da Corso XXII
Marzo.
Era da troppo tempo che ci eravamo inchiodati su quell’angolo per
resistere alle cariche della polizia provenienti dalla sede del Msi di Via
Mancini.
Ci avviamo, siamo gli ultimi della fila ma facciamo pochi passi e i
compagni davanti a noi schizzano letteralmente sui muri e sulle saracinesche
dei negozi del Corso, aggrappati non so a cosa ma riescono miracolosamente ad
evitare il camion dei carabinieri che, lanciato sul marciapiedi a velocità
folle, è già di fronte a noi.
Scendo di corsa dal marciapiedi cercando scampo
nel mezzo della strada ma la maledetta, enorme sagoma scura quasi per dispetto
ci segue e ci punta; istintivamente penso di cambiare traiettoria, di ritornare
indietro ma fortunatamente non rallento e proseguo la mia corsa.
Un compagno
davanti a me viene travolto ma nella mia immaginazione lo vedo risbucare da
sotto il camion e continuare la sua corsa verso Piazza Cinque Giornate illeso,
come se nulla fosse successo e anche per me, immagino un impatto senza dolore
senza conseguenze; non ho pensato un attimo alla morte, tutto mi sembrava
accadere nel vuoto più assoluto, in un ambiente senza materialità. Il camion mi
colpisce e mi scaraventa di lato nel mezzo della strada, riesco a rialzarmi, ad
evitare le camionette in arrivo e a raggiungere gli altri che mi portano in una
casa dove un medico mi presta le prime cure …e poi a casa mia.
I compagni
respingono i miei assalti continui nel voler notizie del compagno al mio fianco
al momento dell’impatto mentendomi spudoratamente sul fatto che non ci fossero
altri coinvolti.
Vengo a sapere di Giannino solo nel tardo pomeriggio dalla
radio che i compagni fino ad allora mi avevano in ogni modo impedito di
ascoltare. E’ un colpo pesante.
Giannino era un compagno e un fratello,
eravamo insieme, con Pigi e le nostre compagne, la domenica prima al cinema e
poi a cena non so dove. Erano anni in cui si viveva insieme sempre, di giorno e
di notte; il privato era il politico e viceversa, non c’era separazione.
Eppure, per un attimo, in quella mattina, l’avevo perso di vista.
Roberto Giudici
Milano