La sala piena di gente aveva una sua stabilità e consistenza
nel centro. Nella gran parte dei posti a sedere occupati la marea
umana era tranquilla, increspata solo dalle espressioni dei volti.
Ai lati scorreva il fiume di quelli che entravano e uscivano,
ragazzi che si muovevano di continuo, si fermavano brevemente,
chiacchieravano, salutavano, facevano tutte quelle cose che si
fanno nelle assemblee e che impediscono in modo quasi assoluto
di seguire gli interventi. È proprio dei giovani questo
ininterrotto andare e venire privo di scansioni, un fluire senza
tempo, senza soste e senza attimi di riflessione, indistinto alternarsi
di chiacchiere futili, grandi speranze, ideali sovrumani. È
un giardino incantato, la giovinezza, dove tutto sembra possibile,
persino la penombra brilla di promesse scintillanti e ogni rivolo,
ogni sentiero sembra possieda insolite seduzioni. E non è
certo un territorio inesplorato, ci siamo passati tutti, tutta
lumanità è passata di lì.
La parte di umanità che mi circondava nella luminosità
artificiale dellAula Magna della Statale di Milano aveva
esattamente questo aspetto frivolo e impegnato che tanto irrita
gli adulti o quelli che si ritengono tali, indispettiti, forse,
per aver già dovuto dare laddio al paese della gioventù.
Stavo lì, assorto in queste meditazioni vaghe e intense,
nellattesa che venisse lora di decidere dove andare
a cena e con chi, insomma di dare un senso finale alla giornata.
E anche di sapere cosa alla fine avremmo deciso in assemblea,
non ricordo più su quale cosa importantissima. Mi appariva
straordinario e affascinante il volteggiare di scelte, su temi
universali che attraversavano latmosfera, pesanti e leggere
nello stesso tempo, linee luminose a mezza altezza, mentre al
nostro livello, ad altezza duomo, uomo seduto nel mio caso,
si agitava il brulichio delle emozioni, dei più opachi
pensieri e desideri individuali, le aspettative personali che
ognuno senza troppa sofferenza si ritagliava. Qualcosa di solamente
nostro, privato, che determina impulsi a muoversi senza aver ben
riflettuto sulle conseguenze, con quelleccitazione divertita
che ti spinge a voler sapere cosa cè dietro langolo,
la curiosità che ti fa inseguire il tuo destino, nellillusione
di costruirlo.
È così che a un certo punto cominci a muoverti in
modo avventato. Ti agiti, ti metti a fare cose come cambiare lavoro
o facoltà, oppure lasciare la ragazza con cui stai da cinque,
sei, otto anni. Lasciare è un termine che in
genere significa abbandonare, rinunciare
a qualcosa o qualcuno, ma che in questi casi perde il suo significato
primo, almeno qui da noi, il paese dei balocchi e dellinconsistenza
sentimentale. Qui lasciare si trasforma in un faticoso
tira e molla nel quale nulla cè di stabilito e definitivo
ma tutto è sempre e di nuovo in gioco, in discussione,
specie in questa epoca dellautocoscienza femminile e maschile,
dove nessuno viene abbandonato a farsi i fatti suoi ma anzi tende
a diventare oggetto di discussioni socio-politiche, di dibattiti,
di processi seriosi che si concludono, solo provvisoriamente,
con giudizi sommari e divertenti. Per gli altri, perché
tu che ci sei in mezzo cerchi di svincolarti e fuggire come un
toro della festa di San Firmin, che sembra che insegua e invece
scappa, il poverino.
Così, stava succedendo a Giannino, con tutto il corredo
dei guai connessi - sei stato stronzo, poveretta,
con tutti gli anni che ti ha dedicato, era pazza
di te - insomma quel rosario di affermazioni generiche e
circostanziate nelle quali la parità fra sessi sparisce,
visto che se lei ti ha dedicato alcuni anni tu come minimo le
hai dedicato la stessa unità di tempo, un mare di chiacchiere
che se stai a sentirle ti fanno uscire pazzo definitivamente.
Allora gli suggerivo di non farsi coinvolgere dal dibattito sui
cavoli suoi, semmai di cercare di capire cosa veramente voleva,
e di farlo, impresa non facile. Ma lui sosteneva concitato che
non ci capiva niente. Quando stava con Manu non ne poteva più,
se non cera gli mancava, facevano lamore e con lei
era speciale, dopo avrebbe voluto che si incenerisse
o trovarsi allimprovviso alla fermata della 90.
Ma la Beduina non ti piace da impazzire? gli dicevo,
me lo hai detto tu.
E lui spiegava che sì, gli piaceva, lo attraeva, anche
per innominabili motivi, poi era una novità da molti punti
di vista, però
Però?
Quando sono con lei penso a Manu, mi chiedo dove si trova,
con chi è, se è già stata con un altro.
Sei geloso! dico. Guarda che non vuol dire che
sei ancora innamorato, è il senso del possesso, che fatica
ad abbandonarti.
Per favore, non mettiamola sullideologico protestava.
È una categoria dello spirito la proprietà,
gli dicevo. Tutti faticano a liberarsi di qualcosa di proprio,
qualcosa o qualcuno che abbiamo a lungo considerato come una parte
di noi, fosse anche un vecchio maglione
Non potresti, ogni tanto, smettere di fare il professore?
Non riesco a vivere questa cosa come una semplice separazione
abbiamo vissuto anni belli
abbiamo diviso tutto, le nostre
vite si sono fuse, e adesso
è una diserzione, ecco
come mi sento, un disertore
Allimprovviso mi è
apparsa come un ostacolo, ho sentito limpulso a mollare
tutto
Proprio così, e fece il gesto di schioccare
le dita.
Comunque fosse, soffriva, e io lo tormentavo con un po di
grazia, spero, perché mi spiegasse questi innominabili
motivi. Lo confesso, ero morbosamente attratto dagli innominabili,
mi immaginavo torbide liturgie amorose, procedure sulfuree, giochi
pericolosi, eros satanico
Lui sorrideva, mi guardava e taceva.
Si era da poco accucciato a bisbigliare con me che finalmente
decidiamo, noi dellassemblea, per la manifestazione del
giorno dopo. Stanchi dellattività politica assorbente
che più o meno da sette anni ci stravolgeva la vita, eravamo
entrambi vittime di un vago desiderio di edonismo, di godercela,
di non restare inchiodati al lavoro, alla città, alla passione
politica. Si solidificava il desiderio di andare su unisola
greca, oppure a Cuba, per rimanere un pochino impegnati anche
al sole, per toccare con mano il lider maximo, comunque per toglierci
dalle palle.
Anche io avevo preso una delle mie decisioni avventate, e avevo
smesso di frequentare Lucrezia. Ma non ero stato coinvolto nel
terribile tira e molla come Giannino, era una interruzione di
rapporti senza pentimenti, irrevocabile, sancita da un addio straziante
ma inesorabile. Anche perché la decisione laveva
presa lei. Solo che la mia storia durava solo da sei mesi e Lucrezia
non viveva con me.
Giannino invece viveva con Manu. Viveva, al passato, è
proprio il caso di dire, perché da qualche mese, attraverso
una serie di quasi impercettibili movimenti verso lindipendenza,
era riuscito a ridurre i tempi di questa convivenza. Ormai dormiva
da lei solo due volte alla settimana e la crisi era esplosa nel
momento di contrattare il passaggio a una. Non vi è nulla
di più codardo delluomo in certe situazioni.
Le ragazze hanno più coraggio, sono autentiche nei
rapporti, quando finisce, finisce, spesso allimprovviso
così diceva Giannino riflettendo sulle sue paure, loro
ti mollano senza pentimenti. Un bel giorno tutto è finito
- fascino, gusto, interesse, soddisfazione - tutto quanto. Paf!
Io invece sto qui a angosciarmi e contorcermi indeciso su tutto,
geloso della nuova situazione e della vecchia, impotente a controllare
un bel niente.
A Pasqua andiamo in montagna? Così, nel frattempo,
puoi masturbarti bene il crapone per decidere con quale delle
due andare.
Manu era molto brava. Lo faceva impazzire, perché era la
prima a dirgli di fare quello che si sentiva, di non preoccuparsi,
che lei se la sarebbe cavata, che lo amava ma capiva
che
lui doveva fare la sua vita. E questo lo destabilizzava, più
che se si fosse messa a implorarlo di non lasciarla. Questo atteggiamento
di equilibrata autonomia, di sobria gestione del dolore, di rispetto
per le scelte altrui, forse era solo una abile tattica, ma di
certo lo spiazzava, spostava il baricentro dei problemi dalla
sublime incertezza del suo ego, orgoglioso in fondo di suscitare
così grandi amorose passioni da permettergli di esitare
su scelte fatali, allinterrogativo escatologico ma
lei tromba già con qualcun altro?
Invece la dovrebbe conservare alla tua memoria? gli
suggerivo.
Giannino mi guardava implorante, divertito e un po seccato,
ma gli amici ci sono per questo. Sostituiscono lo psicanalista
e in più sono gratis.
Aveva il senso dellumorismo Manu, e una calma tattica quasi
rassegnata, una serenità olimpica, accettava tutte le decisioni
di Giannino, anche quelle più improvvise e poco meditate.
Ricomparse, sparizioni, telefonate notturne, accuse tacite e esplicite.
Il vero repertorio del matto. E ogni tanto, molto pacatamente,
gli ricordava, ma senza aggressività con voce bassa e intensa:
ma Gianni sei tu che non mi ami più, non io, io ti
amo e quando ti vedo sono felice
La Beduina invece non la conoscevo proprio, se non di vista, non
sapevo nemmeno a cosa fosse dovuto il soprannome. Non era africana
ma di Milano, e di una famiglia in vista. Non mi piaceva, fisicamente,
ma non è a me che doveva piacere, e Giannino sembrava,
non dico preso, ma molto interessato. E poi restava sempre in
sospeso la questione degli innominabili motivi.
Qualche anno prima Giannino aveva dato corpo a un altro dei
suoi colpi di scena quando aveva mollato improvvisamente il posto
di lavoro al grissinificio Gastaldino e mi aveva convocato a casa
per aiutarlo a gestirne le conseguenze con sua madre. La gentile
e anziana signora mi si rivolgeva con cortese determinazione
glielo dica lei che sta commettendo una sciocchezza, lei
che ha qualche anno di più e mi sembra una persona equilibrata
- Giannino sorrideva sotto i baffi, e la barba. Pensava, il birbone,
che due tipi che passavano tutto il tempo libero al Comitato Antifascista
del quartiere, in assemblea in Statale, o in giro a fare danni,
di equilibrio non sapevano nulla. In particolare io che ero più
anziano. Ma Giannino mi aveva chiamato per offrire alla madre
il mio volto umano.
Già, perché la distinta signora aveva conosciuto
alcuni suoi amici, tipi come Antoilpazzo, Pallino, Zolla e Alfredo,
che aveva tutti gli aspetti possibili ma non quello equilibrato.
Peraltro lAlfredo, che si vestiva come un incrocio fra un
garibaldino e un Inca nel giorno del sacrificio umano, era la
quintessenza della brava persona, con un lavoro regolare e tutto
il resto. Ma la mamma di Giannino era legata a certi pregiudizi
esteriori, e così Giannino come avvocato difensore aveva
pensato a me, il Professore dallaria rispettabile, anche
se un poco sgarrupato da anni di lotta assembleare e stradaiola.
Ma portavo giacche di buon taglio e possedevo un certo modino
distinto di presentarmi e anche di parlare, senza gli orribili
accenti tipici degli altri, lombardo-brianzoli o calabro-siculi.
Insomma potevo essere unarma efficace da usare nellabitazione
di sua madre, nella rutilante via Bergamo.
"Il ragazzo è molto equilibrato, e dietro questo aspetto
vagamente bohémien si nasconde un perfetto gentiluomo che
sa quello che vuole. Sì, avevo esordito proprio così
e la donna, Aurora si chiamava, ne fu molto rassicurata. Mi aveva
gratificato di uno stanco sorriso e mi aveva detto che forse il
figlio non era perfetto, ma che era proprio un bravo ragazzo.
Certo era rimasta di sasso quando aveva abbandonato il grissinificio
dove era assunto come contabile, aveva pensato che un posto sicuro
non si lascia e per questo gli aveva manifestato tutto il suo
disappunto vieni subito che è incazzata nera,
mi aveva detto Giannino - anche perché era difficile trovare
un altro posto, anche perché non capiva cosa volesse suo
figlio
Poi si era diffusa nellesposizione del carattere di Gianni
e dellaltro suo figlio, il maggiore, Carlo, e di come Giannino
pur più piccolo di due anni fosse tanto più saggio
e sveglio
che il Signore mi perdoni per lirrimediabilità
di questo giudizio, ma è proprio così. Al
punto che era Gianni a essere protettivo con Carlo.
Durante questo racconto, la donna che mi era apparsa sofferente,
e come inquadrata in un cono dombra, aveva iniziato a illuminarsi,
a prendere vita, dissipare loscurità e apparire infine
quasi contenta. La vittoria della luce sulla tenebra mi aveva
eccitato e le avevo comunicato in modo improvvido che Gianni aveva
già nel mirino un lavoro adatto alle sue qualità
e risolutivo per lattuale condizione - di disadattato, avevo
pensato, ma non fu quello che le dissi - di disoccupato, enunciai,
con quel brivido di soddisfazione che si prova quando si dice
una bugia a fin di bene.
Giannino era molto soddisfatto di come andava lincontro,
e io mi stavo lentamente spostando verso luscita quando
la signora Aurora, che mi aveva chiesto quale lavoro?
e io avevo fatto finta di essere sordo - forse scossa dal vecchio
istinto umano per la caccia, era saettata lungo il lato del tavolo
del soggiorno e mi aveva tagliato la strada, intimandomi in tono
cortese ma fermo: E dunque, Professore, quale sarebbe questo
lavoro?
A quel punto mi ero appoggiato alla porta e dovevo proprio avere
laria di un disgraziato, perché fu Giannino a venirmi
incontro profferendo velocemente: Linsegnante di educazione
fisica, mamma!
Lincontro era finito così, senza morti né
feriti, con alcuni rapidi convenevoli e la soddisfazione della
madre, che poteva sforzarsi di intravedere in questa nuova prospettiva
una promozione rispetto al posto di contabile. Ma il colloquio
mi aveva colpito. Anche perché poco tempo dopo la signora
Aurora moriva. In quella occasione Gianni mi avrebbe raccontato
di essere figlio adottivo, così come suo fratello. E tante
altre cose. Di come il padre adottivo fosse molto benestante,
dellaccordo presto svanito fra i due genitori e delle difficoltà
dellenergica signora Aurora a gestire i suoi marmocchi,
che dopo la prematura morte del marito erano anche stati posteggiati
in un collegio svizzero. Nel frattempo cera stato il trasferimento
dalla grande casa di via Vittor Pisani allappartamento di
via Bergamo.
Io non seppi fare di meglio che chiedere, come un qualsiasi fesso
della televisione, se non era curioso di sapere chi fossero i
suoi genitori naturali. Beviamoci sopra, riprese Giannino
fingendo di non avere sentito, e andammo a bere una birra nella
sua nuova casa di corso di Porta Vittoria.
Lattività era intensa e assorbente, come dicono i militari, e noi eravamo sempre in prima linea. Gli anni non erano tranquilli affatto, il Potere non era per nulla contento delle realizzazioni di quegli anni, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, nuovi rapporti nella scuola e nelluniversità, diritti delle donne, e poi gli americani ormai quasi buttati a mare dai Viet, rivolte dappertutto e tante altre cose. E quando il Potere non è contento, complotta e mette in moto la macchina per uccidere. Come in Cile, due anni prima e con Giannino lavevamo vissuta al mercatino dei libri usati, facendo la notte col sacco a pelo a soffrire per non poter essere là, insieme a Allende. La sera dopo avevamo anche fatto una rissa con tre cileni che strappavano i nostri manifesti di sostegno a Allende. Una serata indimenticabile, con questi che si giustificavano Ma anche qui, adesso tirava unaria preoccupante, e noi ceravamo proprio in mezzo. Con il comitato in mobilitazione permanente e un via vai di gente, studenti, abitanti del ticinese, medi del Manzoni, genitori che venivano a cercare i figli, il ciclostile sempre in funzione, fogli e volantini ovunque, insomma il caos organizzato. Ma con la non troppo vaga sensazione di girare a vuoto. Chi non girava a vuoto era Giannino. Lavevo visto parlottare fitto con questa Giovannina in un modo che non poteva avere nessun altro contenuto che una storia.
Anche se poi a Pasqua in montagna ci era venuto da solo ed
eravamo arrivati a Cervinia per sciare, ospiti di Alfredo e della
sua atmosfera on the road. Per sciare, Alfredo sciava, ma noi,
nemmeno le vedevamo le piste. Però abbiamo incontrato la
Susi, una biondina minuta ed energica, che era lì al campeggio
con suo fratello piccolo. A quel punto eravamo diventati inseparabili,
ma Giannino taceva sugli innominabili e anche su Giovannina. Così,
fra un silenzio e una risata nasceva una grande amicizia con Susi
e anche con il fratellino di dieci anni. Il giorno di Pasqua eravamo
sul ghiacciaio a chiacchierare guardando lo spettacolo del Cervino
nascosto da un mare di nuvole, seduti intorno a un tavolo, come
ridanciani cospiratori, nellaria rarefatta dei tremila.
Mi fanno impazzire i Viet diceva, quelli vincono
contro tutti, sono dei guerrieri
però anche noi,
a un altro livello lasciamo il segno.
Sulle mandibole
ride Susina, che non è
proprio impegnata.
Ma no, voglio dire la mentalità
i giovani,
la musica, il cinema
Insomma, una pesantezza notevole specie dopocena, però
poi, tornati a casa di Alfredo, avevamo cominciato a bere e Giannino,
che era stato allisola di Whight per il famoso concerto,
e girato il mondo più di Cousteau, aveva un mucchio di
cose interessanti da raccontare. E ci aveva incantati con le sue
storie, i viaggi in autostop e sacco a pelo, come tutti del resto.
Anche Alfredo, non proprio un narratore, diceva la sua. E nella
strana atmosfera, pesante di fumo e dei nostri respiri, mi rendevo
conto, io più anziano di loro, che il viaggio,
reale, chimico o immaginario era lemblema di questa gioventù
che si sentiva provvisoria in un mondo che non capiva e che, quando
lo capiva, lo rifiutava. Con Manu, Giannino aveva girato lEuropa.
Stavano bene ovunque. A Parigi, Amsterdam, Copenhagen, Londra,
in Spagna, in Grecia trovavano altri come loro, comunicavano in
basic english, facevano amicizia in fretta. On the road, come
Kerouac, una nuova umanità alla ricerca-conquista forse
ingenua, ma non ridicola, della propria libertà, del mondo,
della felicità, pietre rotolanti nella storia,
scarafaggi sociali, esseri improduttivi, ragazzi,
compagni, anarchici, freak, marxisti, tutto.
Alla fine eravamo parecchio su di giri, ma stanchi morti. Susi
e suo fratello stavano tornando alla loro tenda in mezzo alla
neve, e la ragazza, prima di uscire, aveva detto rivolta a noi:
È stata una bellissima Pasqua. Aveva gli occhi
scintillanti.
Al ritorno io avevo una storia microscopica con Susi, Giannino
era piazzato con tre ragazze fisse, secondo la formula che ognuna
sa di una sola delle altre due, esclusa Manu che sa di tutte e
tre. Un intreccio discretamente complicato che Giannino manovrava
ormai con accorta perizia. Con una seccante contraddizione, che
invece di essere soddisfatto per la felice situazione con le tre
ragazze, perdeva tempo per farmi sentire in colpa: La Susi
stava con un compagno, lha appena lasciato, a lui potrebbe
dispiacere. È evidente che non era passato indenne
attraverso la complicata storia con Manu e le altre. Io il compagno
di Susi, chiunque fosse, non lo conoscevo proprio!
Poi penso che in questi anni noi del movimento abbiamo corso molto
e che se ci fermiamo ogni tanto a riflettere, sballiamo. Chi in
un modo chi in un altro. Io, per esempio, sono ossessionato dalleterno
ritorno, la singolare teoria di Nietzsche per cui ogni attimo
che viviamo è scolpito nel marmo delleternità
e non può essere cambiato, una teoria che inchioda per
sempre Gesù Cristo alla croce e condanna in perpetuo le
vittime del nazismo nelle camere a gas. Quella già annunciata
da Baruch Spinoza, per cui spazio e tempo sono solo i modi che
noi abbiamo per attraversare un essere già
tutto dispiegato, e quindi immutabile. Insomma, il trionfo
del fato, la negazione della libertà.
Guardo Giannino, e ho un senso di smarrimento. È il tramonto,
il cielo azzurro cupo, commovente, le ordinate colonne della corte
già in ombra finiscono sullo sfondo dellarena romana,
incendiata dal sole agonizzante. La tenebra e la luce. Lo scenario
adatto per una tragedia.
Dunque le ragazze adesso sono tre! dico io.
Scoppiava a ridere, Giannino, e scuotendo la testa osservava:
Anche tu sei messo male. Pensi sempre a Lucrezia
Seduti sul muretto, cercavamo di districarci fra prese in giro
e discorsi seri o quasi. Nel pieno dello stucchevole e quotidiano
dibattito ci piombava addosso un trafelato Bubu per annunciare
senza inutili giri di parole: Hanno ammazzato un compagno
di sedici anni in piazza Cavour! Gli hanno sparato! Sono stati
i fascisti!
Il compagno di anni non ne aveva sedici ma diciassette. Purtroppo
era lunica imprecisione della notizia. Lo studente era Claudio
Varalli, un militante del Movimento Studentesco e il fascista
era un vero fascista che sparava sui rossi. Eravamo
corsi in Statale dove lassemblea stava votando una poderosa
manifestazione di protesta per il 17 aprile, il giorno dopo: per
chiedere la chiusura dei covi fascisti e la fine della collusione
di polizia e parte della magistratura con i neofascisti.
Nessuno è innocente, scriveva Lukacs. Tutti coloro che sono coinvolti nella tragedia del mondo contemporaneo, dai capi di Stato allultimo cittadino, se non si ribellano e oppongono, sono complici. E, probabilmente, nemmeno noi siamo innocenti, noi che accarezziamo grandi e vaghe speranze, che ci nutriamo di luminose illusioni, che pensiamo di poter cambiare il mondo con la nostra energia, che chiediamo alla vita di essere bella, avventurosa e soprattutto dissimile da quella dei nostri padri con i suoi riti abbrutenti. Noi, che in quella mattina del 1975 ci rendiamo conto che la battaglia è persa, che linerzia del mondo sta per averla vinta, che vediamo gli spettatori, ignobilmente borghesi, applaudire allesito ormai evidente della lotta. Eravamo già stanchi, il vento del 68 sembrava muovere solo foglie morte. Ho voglia di andare al mare mi diceva Giannino qualche giorno prima. Eravamo appena tornati dalla montagna!
Alle 6 e 30 del mattino Giannino era già vestito e usciva dalla sua casa di corso Porta Vittoria, quella dove tenevamo la radio che captava le emittenti della polizia durante le manifestazioni. Capelli neri e lunghi, lineamenti regolari, una bella bocca che quando si apriva al sorriso rivelava una chiostra di denti bianchissimi, barba alla Che. Giannino aveva anche un fisico asciutto e scattante, era proprio un bel ragazzo. Indossava i jeans, una camicia azzurra e il giubbotto di panno blu, quando si era presentato, alle sette, allappuntamento davanti al Comitato Antifascista del Ticinese. Ceravamo quasi tutti, Cesare, Bubu, Paolone, Guido, Giovannina, io e tanti altri. Una quarantina in tutto, quella mattina, eravamo lì, al comitato, e poi al liceo Manzoni, e poi nel turbolento corteo e nella fatale piazza Cavour.
Trentamila persone avevano sfilato davanti a via Mancini nel
fumo dei lacrimogeni, fra le fiamme delle incendiarie, gli scoppi,
gli spari. Noi eravamo arrivati alla fine. Giannino e Alfredo
sparivano nella nebbia lacrimogena di via Mancini e ricomparivano
a prendere sassi e bottiglie e via per un altro giro.
Eravamo ormai sulla via del ritorno, dalla via Cellini occhieggiavano
minacciosi poliziotti e gipponi, la salvezza era dopo piazza Cinque
Giornate. Cento metri.
Andiamo di là avevo detto indicando piazza
Cinque Giornate. Un centinaio di persone, quello che restava del
gruppo dei Comitati, si incamminava per lultimo tratto di
corso xxii marzo. Allimprovviso si materializzava il convoglio
dei cc, un gruppo di camion che come dinosauri impazziti imboccavano
la corsia centrale, quella degli autobus. Giannino e Cantù
si erano proiettati giù dal marciapiede per tirare sassi
ai draghi malvagi. Lultimo camion della fila però
non seguiva gli altri, saliva sul marciapiede e tentava di investire
il gruppone che se ne stava andando. Vedevo i compagni che si
arrampicavano letteralmente sul muro. Luchino, che magro non era,
faceva un balzo in alto di due metri. Io ero dietro lorologio
elettrico ma per sicurezza saltavo sulla griglia di un negozio,
e lautista, arrivato allorologio, riportava il mostro
sulla strada. Il marciapiede era adesso deserto, per un miracolo
nessuno sembrava essere ferito. Tutti scappavano in Cinque Giornate
in salvo. Un vero miracolo, pensavo.
Mi ero appena avviato e cera una donna che gridava. Era
la mamma di Vangelis, uno del movimento, che abitava lì.
Cè un ferito!
Più in là, Elio e Fabio con le mani nei capelli.
Un corpo a terra, il volto al suolo.
Un dialogo allucinante.
Su, portiamolo via! dicevo.
Cosa cazzo vuoi portare! Guarda!
Accanto al marciapiede, a quattro metri dal corpo che lo conteneva
cera il cervello del ragazzo. Proprio così. Il cervello
completo. Integro, non so per quale caso, bianco e lucente, compatto.
Limmagine era irreparabile, voleva solo dire, il ragazzo
è morto, il ragazzo è morto, il ragazzo è
morto
Una disperazione cieca e sorda mi faceva sussurrare rivolto a
Elio: Sai chi è?
È Giannino! urlava singhiozzando, ecco
chi è!
Guardavo la carta didentità per crederci. Zibecchi
Giannino Pio. Leggevo e restavo inebetito. Riconoscevo, adesso,
la giubba di panno, la camicia... Non avevo il coraggio di girarlo,
di guardargli la faccia. Guardavo il povero corpo devastato e
pensavo, e adesso? Tutto finito? Le ragazze, i sogni, il futuro,
la vita. Tutto era perduto!
Elio e Fabio si erano allontanati e non ero riuscito a seguirli.
Adesso la polizia si avvicinava lentamente, a plotoni affiancati.
Non riuscivo a staccarmi dal corpo dellamico. I ps mi tiravano
sassi per farmi andare via, ma non ragionavo, avevo solo in testa
il cervello di Giannino. Urlavo di smettere che cera un
morto. Loro, si avvicinavano con cautela, come se ci fosse unatomica.
Non riuscivo ad andarmene, anche se avrei dovuto.
Una volta arrivati dove ero io, dove eravamo noi, a quel punto
tutti mi sembravano scossi dalla scena che si presentava, nuda,
vera, crudele. Una scena quasi surreale. Folle, impensabile. Un
corpo privo di vita, più di duecento guerrieri armati,
me compreso, intorno al corpo con gli sguardi fissi sul globo
opalescente che dominava il palcoscenico quattro o cinque metri
più in là, che dava e toglieva significato a qualsiasi
rapporto umano, che sembrava non stare più sul selciato
ma levitare, incombere sulle nostre teste, diventare gigantesco.
Mi rimbombava in mente la teoria delleterno ritorno, lidea
che ogni giorno ogni cosa si ripeterà come labbiamo
già vissuta, e che si ripeterà allinfinito,
la attraverseremo allinfinito. Il globo opalescente che
fu il cervello di Giannino, limmagine dellorrore,
brillerà per sempre. Senza rimedio, senza tempo, senza
speranza?
Un ps grande e grosso mi si era avvicinato, con una mano sulla
spalla mi chiedeva: Era un tuo amico?
Sì gli ho risposto, e non riuscivo nemmeno
a piangere.
Poi, fingendo di non accorgersi di tutto quello che avevo addosso,
mi spingeva gentilmente verso via Cellini: È meglio
che ti allontani, potresti avere dei guai.
Roberto Tumminelli
Milano