Da PIAZZA BELLA PIAZZA - ed. Nuova Iniziativa Editoriale, 2005, pag. 85-96
È una giornata strana, lo è fin dallinizio. Ci siamo messi a tridente ma i tre vertici comunicano solo lentamente. Noi siamo disposti in Santo Stefano, e le grida, i rumori, le esplosioni secche dei lacrimogeni, tutto arriva smorzato e attutito, in qualche modo disinnescato dallenorme edificio che ci divide dagli scontri. Non più di cento metri, in linea daria, ci separano dai compagni del mucchio selvaggio, ma i metri reali sono molti di più, perché in mezzo cè la massa dei palazzi situati fra via Bergamini e piazza Santo Stefano, una massa cospicua e inerte, capace di nascondere e ritardare la rivelazione, la conoscenza, linformazione su quanto sta succedendo dallaltra parte. Sul terzo fronte ci sono quelli che presidiano largo Richini, gli studenti medi. Una cosa è sicura, noi dobbiamo stare qui, in Santo Stefano, e tenere bloccata la situazione.
Ho dormito due ore, forse, questa notte. Sono stato su con
Anna, implacabile secchiona carina da morire, che mi costringeva
a ripetere e ripetere Canetti, Marx, Lukacs, e solo alla fine,
ma erano ormai le tre, il premio più ambito, le sue labbra
morbide sulle mie, il calore del suo corpo sottile, una carezza
Ma adesso sono fisicamente provato, pieno di adrenalina benedetta
che mi sostiene mentre tengo gli occhi bene aperti.
Che li avrebbero spinti addosso a noi, gli anarchici intendo,
che li avrebbero attaccati e usati per venirci contro
lo avevamo previsto e per questo eravamo preparati a difenderci
dalla polizia intorno alla Statale. Da largo Richini, da via Bergamini,
in piazza Santo Stefano.
Proprio qui, su Santo Stefano, cerano state infinite discussioni con il vicequestore. Noi dicevamo che in piazza restavamo noi e loro stessero sulla via Larga e loro invece a dire che noi dovevamo al massimo stare su via Festa del Perdono e loro nella piazza. Alla fine era venuta fuori questa situazione assurda, che noi e Polizia stavamo tutti in piazza a fronteggiarci, bardati come guerrieri antichi. Noi, il servizio dordine del Movimento Studentesco, e a pochi metri loro. A scrutarci, squadrarci, ingaggiare duelli di sguardi dacciaio.
E io sto lì da un bel po, a fissare questi estranei in divisa, occasionali e ostili abitanti della mia piazza. Ho in testa un vagabondare di pensieri, non particolarmente profondi, ma numerosi, un piccolo esercito completamente fuori dal contesto che mi circonda, ma che tuttavia devo proprio riconoscere come mio. Individui mentali che si raggruppano, si allineano, si confondono di nuovo per poi riordinarsi di colpo, come rondini e storni quando vagano a centinaia, la sera, apparentemente incerti se partire o rimandare, costruendo arabeschi e disegni infiniti nellaria fresca di settembre.
Mi naviga nella mente il gatto dellAgnese, quella descritta
da Renata Viganò. Lei, lAgnese, aveva una gatta grigia
e gliela aveva ammazzata un tedesco per gioco. Un modo di scherzare
molto militare. Ma lAgnese, che non era spiritosa, non così,
in ogni caso, ammazzò il tedesco, per poi scappare in brigata,
dove rimase. Chissà perché ci penso. Forse perché
anche io ho una gatta grigia. E intanto contemplo i poliziotti
bardati e scalpitanti, belli carichi di ormoni e pronti, così
sembrerebbe, per farci il culo. Ma galleggia anche il fantasma
dellesame di Morale, fissato fra quattro giorni. E io oggi
sono qua, a passare mattina e sera a guardare turgidi poliziotti,
a interpretare il guerriero in piazza, e ieri tutto il pomeriggio
alle riunioni e il mattino a fare la supplenza. Eppure questo
esame mi serve per farci la tesi, devo prendere un bel voto, e
cerco di ripassare mentre osservo il vicequestore che continua
a andare avanti e indietro fra via Larga e la piazza. Cosa è
lortodossia marxista? Eh? Mi verrebbe voglia di chiederlo
a lui. È il metodo dialettico, ovviamente, solo la dialettica
garantisce il nocciolo d.o.c. del pensiero marxiano, dice Lukacs.
E Canetti? Perché il prof è fissato su Canetti e
sulla sua cazzuta teoria circa lorigine del potere, sul
comando, originario e immediato, insito nel ruggito del leone:
«Scappa o ti uccido!»
Nelle orecchie emerge sussurrante la voce roca di Anna che mi
spiega, senza possibilità di replica, che «la svalorizzazione
del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione
del mondo delle cose». Lo dice il giovane Marx.
Così mi faceva ripetere ieri sera, la mia amata tiranna
dalle labbra di rosa: «Il lavoro non produce soltanto merci;
produce se stesso e loperaio come una merce, e proprio nella
stessa proporzione in cui produce in generale le merci».
Anna insiste e fuma più sigarette di Yanez: se sostituiamo
il termine operaio con il termine lavoratore
dipendente, oppure risorsa umana, e diamo alloggettivazione
il significato estensivo che le compete, continua
, mentre
il vicequestore si agita chissà perché, e lei, Anna,
annuisce con sguardo serio, il quadro risulta adeguato anche allanalisi
del lavoro oggi. Quanto mi piace il modo energico in cui soffia
dalle labbra il fumo dellennesima sigaretta e mi bacia passandomi
una mano fra i capelli. Mi sento svenire per il sapore dolce della
sua lingua mescolato allamarognolo della nicotina. Il fumo,
ad Anna, fa bene.
La testa mi scoppia, fa freddo ma non lo sento, il vicequestore
è sempre più preoccupato e discute con un graduato
in divisa. Anna, la bella ideologa, finisce il mio discorso: il
proletariato si è internazionalizzato, la divisione del
lavoro avviene su scala planetaria
. in Occidente, una maggioranza
di metechi, di perieci e di iloti serve fedelmente il capitalismo,
limperialismo, il razzismo, insomma, lo sviluppo,
cioè lorrore, vende la propria esigua coscienza per
una cospicua fetta di prodotti di consumo
Alla fine, solo alla fine, Anna scioglie il suo bruno sguardo
severo in un sorriso magico che cerco disperatamente di non far
dissolvere nellimmagine del vicequestore e dei suoi scagnozzi.
Sto cercando di non dimenticare di essere uno studente. Ma non
è giornata. Fa freddo, fa grigio, i fascisti hanno convocato
una manifestazione in piazza Fontana, noi anche, lANPI ha
convocato un comizio, gli anarchici vogliono manifestare per Valpreda
e per commemorare Pinelli. Insomma una giornata da pazzi, il 12
dicembre 1970.
«Senti, è successa una cosa
» Il ragazzo
mi guarda stravolto. La giubba imbottita di tipo militare che
lo fa sembrare ancora più grosso è allacciata, lui
spinge gli occhi per farli uscire dalle orbite, suppongo. I capelli
gli stanno su dritti come fossero anche loro per aria impressionati
dalla cattiva notizia. Lo guardo.
«Giorgio mi ha detto di dirti che di là,» e
fa un cenno con la testa verso la via Bergamini «è
morto un compagno
lho già detto a Toscano e
Capanna
»
«Occazzo
!»
«Sì, sì, era con noi, era lì con noi
che tiravamo i sassi e ha preso un lacrimogeno proprio nel petto.»
«Sei sicuro che è morto?»
«Giorgio dice di sì, sì, è sicuro
»
Gli hanno sparato un candelotto nel petto! Nel petto! Ma che
cazzo di posto è, penso, ma che paese, che persone sono
queste! Ma come fa a venirti in mente che puoi sparare un candelotto
a altezza duomo in mezzo alla gente? Ma quale abisso di
odio o ignoranza può spingere un ragazzo, un uomo, anche
se infilato in una divisa - cosa che non ha mai reso migliore
nessuno - a sparare un candelotto in mezzo a una folla di manifestanti,
che sono gente come te, del tuo fottuto paese, che lotta per i
diritti propri, per quelli dei lavoratori, delle donne, magari
anche per i suoi, del poliziotto e dei suoi parenti.
Certi giorni sono proprio segnati. Un anno fa la strage nella
banca, adesso un ragazzo muore per il candelotto, i fascisti ci
aggrediscono di continuo
.
Sento Luca che dice in modo concitato che «se solo si agitano
li carichiamo!», e parla dei poliziotti che abbiamo davanti.
Poi mi guarda e aggiunge «stiamo calmi». Decidesse
un po cosa vuole! Calmo sono calmo, ma sento come un senso
di irrealtà. In un angolo della coscienza qualcosa sta
montando, forse una richiesta di incazzatura, e anche una domanda.
Ma chi si credono di essere questi per giocare così con
la vita degli altri? Io non li riconosco come simili. Discendo
da un altro ceppo animale, ho altre origini, altri cromosomi.
Puttana il clero! Questa non è una guerra, loro lo sanno?
Si tratta di gente che manifesta legittimamente, come scritto
nella Costituzione, libertà di manifestazione. Se ci scontriamo,
ci si aspetta qualche manganellata, qualche botta, una pedata,
anche i lacrimogeni, su, per aria, che poi scendono, ma non che
te li sparano addosso. Invece, è sempre così. Gli
danno lordine di spararceli addosso! E fanno male. A Enzo
hanno rotto un piede con un candelotto, a Camillo ne hanno sparato
uno nel rene che quando avrà cinquantanni se lo ricorderà
ancora. Oppure ti travolgono con le camionette come il povero
Ardizzone. Anche nel luglio 1960 ne hanno ammazzati un bel po
di manifestanti, quella volta a rivoltellate, per difendere il
tentativo di Tambroni di portare i fascisti al governo! In banca,
qua dietro, un anno fa hanno fatto sedici morti e poi Pinelli
che, secondo i questurini, come Icaro tenta di volare e salta
dalla finestra. In Questura con la stanza piena di funzionari!
Ora questo ragazzo lo hanno ammazzato con un candelotto. Cerco
di frenare la concitazione interiore. Vorrei apparire impassibile.
Mi sembra che una nebbiolina trasparente ci avvolga e tolga consistenza
alla scena. È sempre così, quando qualcuno muore
ammazzato la consistenza del reale si liquefa, svanisce, le cose
si confondono, resta solo limmensa ingiustizia della trasgressione
più vile, lomicidio politico.
Adesso tutti sanno quello che è successo, e i compagni
inquadrati cominciano a insultare pesantemente i poliziotti a
pochi metri. Nello stesso tempo devono, dobbiamo, tenere a bada
chi è dietro per evitare che scaglino pietre o altro. La
tensione sale al massimo mentre in Bergamini la battaglia infuria.
Il corpo del ragazzo è in ospedale per lestremo tentativo.
Ma i compagni dicono che era già morto quando lambulanza
è partita. Odio, pensieri di odio, pensieri di sangue che
non torneranno mai indietro si mescolano allo sgomento, e anche
a un sentimento sottile che penetra sottopelle, la paura. Una
domanda incombe, continua a premere: ma che Paese è? Perché
il potere deve avere questa ghirba assassina? E i benpensanti
come mai continuano a benpensare le stesse stupide e oscene cose,
a scandalizzarsi per qualche orrore, da Auschwitz a Portella della
Ginestra, per poi subito dimenticare e di nuovo stupirsi per qualche
altro corpo privo di vita, sacrificato in nome dellordine
pubblico, democratico, aristocratico o nazi che sia? È
successo così per le atrocità naziste e fasciste,
eppure siamo ancora alle prese anche con i nazisti e i fascisti!
Ma perché un ragazzo, un ragazzo come me, della mia età,
o di meno o di più, deve essere fascista? Come mai ha idee
o miti o pensieri di morte, di ingiustizia, come mai ama la gerarchia,
lordine, la merda sadiana, la tortura, le camere a gas,
lorrendo quadro evocato dalle Centoventi giornate di Sodoma,
rivelatrice profezia letteraria!
La gioventù è forza traboccante che detesta freni
e barriere, odia i privilegi, vuole che tutti stiano bene, aiuta
i meno fortunati. Ma questi chi sono? Non ci sono venuti a dissotterrare
Firenze dal fango dellalluvione? Non hanno letto nemmeno
una pagina di Don Milani? Perché uno si entusiasma per
le infantili sciocchezze che scrive Evola e non si innamora di
Hesse?
Ha ragione Pesce, quando descrive i fascisti come unaltra
razza, briganti che si eccitano nellosceno gesto di dare
la morte, sbarbatelli feroci vicino a delinquenti avvezzi al sangue
e ai massacri. Che ridono dopo aver sterminato quindici persone
in piazzale Loreto. Ricordo, le ho scolpite in mente per sempre,
le parole di Pesce: «Loro ridono. Hanno appena ucciso quindici
uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo.»
È unaltra razza. Non hanno diritto al perdono! Bisogna
solo neutralizzarli.
Mi torna alla mente la sera in cui ho conosciuto Pesce. Sì,
Giovanni Pesce. Alla biblioteca rionale di Calvairate. Anzi al
deposito atm di via Lombroso. Alle nove di una sera di poco più
di un anno fa, eravamo una sessantina, riuniti e equipaggiati
per rispondere alle provocazioni dei fascisti per una manifestazione
convocata nella biblioteca, quella di via Ciceri, affacciata su
piazza Martini. Noi radunati al deposito, a circa 800 metri. Pieni,
pienotti di sassi e altri oggetti di difesa, con i caschi nuovi
appena comprati tutti insieme con lo sconto, circondati da un
miliardo di ps e dal solito vicequestore, uno con la faccia da
biscazziere, poveruomo, non quello che ho davanti adesso. Praticamente
fregati. Luca che cercava di trattare il nostro avvicinamento
alla biblioteca, mentre tutto quello che il vice voleva fare era
disperderci o arrestarci, voleva far valere la forza, la durezza
dei suoi mezzi, dei suoi uomini, dei manganelli e altro. Gliene
fregava assai a lui dei fascisti alla biblioteca!
In quellora in cui le ombre diventano imponenti e i colori
del giorno sono ormai assorbiti dalla notte, solo due pallide
lampade in alto a illuminare il nostro gruppo di disperati, compatti,
spalla a spalla, accostati al muro altissimo e senza finestre
del deposito atm, quasi a cercare protezione. Stavamo intruppati,
vicini vicini, decisi a
non lo sapevamo nemmeno noi a cosa,
forse aspettavamo solo di essere trasferiti in carcere, ma stavamo
là, cupi, pronti, con dipinta sui volti unespressione
determinata e contratta, la protervia della disperazione, che
compariva e spariva nelle luci intermittenti.
Tutto a un tratto, il miracolo. La situazione si sblocca. Come
in una visione, nel buio rotto solo dalle minacciose luci blu
dei mezzi della polizia, sopraggiunge un uomo in età matura,
di bassa statura, in giacca e cravatta, snello e dallaria
decisa, che senza indugi si rivolge al vicequestore con disinvolta
sicurezza: «Sono la medaglia dOro Giovanni Pesce.»
Il funzionario gli risponde subito in tono deferente. Lo conosce,
sa chi è, e gli chiede il perché della sua presenza.
Pesce gli spiega quello che il funzionario già sa e che
tuttavia ascolta con attenzione.
«I ragazzi», cioè noi, «vogliono partecipare
allassemblea alla biblioteca di Calvairate, cè
il timore di provocazioni
I ragazzi sono stati invitati
da noi».
Fissavo incantato quel mito vivente, il comandante partigiano
Visone, il gappista che aveva raccontato le sue gesta e quelle
dei suoi compagni in Senza tregua. La guerra dei gap, luomo
che aveva compiuto imprese di sovrumano coraggio
che entrava
nei ritrovi dei nazisti e del fascio, sparava con una rivoltella,
colpiva infallibile e fuggiva in bicicletta, nella nebbia di Milano
o di Torino...
Quel giorno, invece, di nebbia ce nera poca anche se era
novembre, ma larrivo di Visone aveva rovesciato i rapporti
di forza, aveva creato unatmosfera che modificava progressivamente
la situazione, che sembrava portare una qualità magica
che trasfigurava tutto e cambiava le carte in tavola, anzi, le
regole del gioco. Luomo, Visone, mi sembrava avvolto in
un raggio di luce, e crescere, levitare, sovrastare tutti e tutto.
Mi sembrava, ma non sembrava solo a me, sembrava a tutti noi,
ma credo anche a loro, ai garanti dellordine
pubblico, un gigante che discorreva con degli umani. E il
vicequestore annuiva, cercava di resistere allautorevolezza
di quelluomo, delle sue nuove regole, della nuova atmosfera.
Una grande calma ci invase tutti quanti, distribuiva sicurezza
persino agli uomini in divisa, dissolveva la paura, rassicurava
nemmeno il sonoro rimbalzo sullasfalto di una mazza ferrata
riuscì a spezzare lincantesimo.
«Beh
» disse il vicequestore, «
se
Lei garantisce
Medagliadoropesce», così, tutto
di seguito, «se Lei si fa garante
.»
«Certamente!» rispose Pesce arrotando la erre in un
suo modo inconfondibile, «mi assumo tutta la responsabilità!»
Le divise grigie si aprirono e si andava formando uno strano corteo.
Alla testa procedeva il piccolo grande uomo, il Comandante Giovanni
Pesce, dietro di lui Luca, poi io e tutti gli altri, e così
attraversammo viale Molise, con al seguito il vicequestore e i
suoi ufficiali, poi circa duecento poliziotti, tre o quattro camion,
una camionetta. Linsolito corteo prese a percorrere la via
Calvairate e qualcuno, forse Aleardo, intonava le prime note di
Bella ciao, e tutti le ripresero, cantando sempre più forte,
e il quartiere rispondeva. Voglio dire che le finestre si aprivano
e le donne e gli uomini affacciati cominciavano a cantare con
noi e a applaudire e così cantando percorremmo la via Calvairate,
scorrevamo lungo il bordo di piazzale Martini, per approdare felicemente
in via Ciceri Visconti dove si trovava la biblioteca, dove cerano
un centinaio di persone che applaudivano il nostro arrivo alla
testa della manifestazione.
Dei fasci nemmeno lombra (verranno più tardi!), ma
Pesce fu veramente grande, fece un bellissimo comizio nella notte
ricordando il dovere di tutti, popolo e istituzioni, di lottare
contro la barbarie nazifascista, e ci aveva anche
salvato le chiappe con brillante leggerezza.
Già, e adesso che cosa farebbe Pesce? Beh, lui oggi, 12 dicembre, è con lANPI, allunica manifestazione autorizzata. Lo spiegava bene Di Nanni, uno degli eroi raccontati in Senza tregua, che larrivo della democrazia e della sua dialettica avrebbe reso difficile districarsi nei conflitti sociali e politici, che sarebbe stato complesso capire la differenza fra lavversario politico e il nemico addirittura fra amici e nemici. Eh sì, Di Nanni lo spiegava con parole profetiche. Ma io, noi, crediamo di conoscere bene questa differenza, sappiamo di dover sempre fare i conti con questo. Con le istituzioni, che tendono a restringere i diritti piuttosto che a garantirli, con la complessità della lotta politica Ma loro? Gli altri? I fascisti che ci accoltellano e sparano, che ci aggrediscono in continuazione, loro sanno qualcosa? E gli avversari politici, e le forze dellordine, la conoscono questa differenza? E se la conoscono, come è loro dovere, perché ci ammazzano con candelotti e camionette? E il generale dei Carabinieri che ha tentato il colpo di Stato qualche anno fa? E quelli che hanno messo le bombe in piazza Fontana? Quelli evidentemente non sanno niente, nemmeno la differenza fra un cittadino e la carne da macello ed è poco ma sicuro che non erano della nostra parte, non anarchici, non di sinistra
Intorno a me la situazione continua a peggiorare. Luca non
torna più, i gruppi di poliziotti schierati davanti a noi
hanno laria baldanzosa, i compagni gridano, dalla strada,
da via Larga arrivano urla e scoppi e io non so più come
gestire la situazione. Avevamo deciso di non attaccare, di non
aprire un altro fronte e la decisione politica non è cambiata
nel corso degli eventi. Il vicequestore che ho davanti sembra
avere avuto la stessa disposizione.
Ma uno studente è stato ammazzato! Questo vuole ben dire
qualcosa! Adesso poi ha anche un nome, Saverio Saltarelli, e unetà,
che purtroppo non cambierà più. Non saprà
niente o quasi della vita, sarà morto senza conoscerla,
vittima della grottesca maledizione che lo ha portato inconsapevole
al tragico appuntamento di via Bergamini.
Cerco di restare calmo. Poi mi decido, vado dal vicequestore e
gli chiedo se sa che è stato ammazzato un ragazzo. Lo sa,
mi risponde che gli dispiace, e sembra chiedermi con gli occhi
quali sono le nostre intenzioni. Gli faccio capire che dipende
dal loro atteggiamento.
«In che senso?»
«Nel senso che i compagni sono veramente incazzati!»
E indico il gruppo alle mie spalle che rumoreggia e continua a
insultare i suoi militi.
«Se cè qualcosa che posso fare
»
«Cè,» gli dico a muso duro, «dovete
andarvene dalla piazza!»
«Ho lordine di restare.»
Il suo sguardo è implorante. Sembra veramente contrito,
dispiaciuto e per quanto ne so potrebbe anche essere sincero.
Perché dovrebbe gioire della morte di uno studente, anche
se compagno? Magari non è un varano e fa solo il funzionario.
Mah. Non che il dubbio mi turbi più di tanto.
«Almeno faccia una cosa,» gli dico, «altrimenti
non tengo più nessuno e qui succede il finimondo.»
«Mi dica
.»
«Li faccia girare dallaltra parte!»
«Come dallaltra parte
»
«Verso la chiesa.»
Il funzionario tergiversa, dice che non è contemplato dal
loro regolamento, e lo penso anchio che non possono voltare
le spalle ai manifestanti, specialmente in una situazione di questo
tipo.
Eppure, mi sembra che stia per cedere. E poi ormai ho esaurito
la pazienza, qui si rotola a valle, la forza delle cose sembra
prendere il sopravvento. Gli dico che o lui gira i suoi uomini
verso la chiesa, armi e bagagli, cioè senza niente più
di puntato contro di noi, oppure
.
«Lei mi dà la sua parola che
» dice guardandomi
negli occhi, «che
.»
Non ci credo, e non ci crederò per un pezzo. Li fa girare
verso la chiesa di Santo Stefano e li tiene lì fino alla
fine della giornata. Nessuno li attacca alle spalle, se non verbalmente.
Per un tempo che sembra infinito i compagni vanno avanti a ritmare
il grido Cagoni, assassini, pausa, buuum!
Arriva Luca trafelato e sudato, nel gelo, richiamato dalla parola
dordine bizzarra e rimane sbigottito a fissare il groppone
dei militi girati verso la chiesa.
Che cazzo succede? Si sono girati? Sono impazziti?!
mi chiede in sequenza.
Sono stato autorevole, rispondo enigmatico spostandomi
fuori tiro.
Con un piccolo, o grande, cedimento quel vicequestore si tira
fuori dal modello antropologico dello sbirro senza cuore e senza
cervello per cimentarsi con i problemi di una nuova umanità,
più ricca e responsabile. Direbbe Canetti che invece di
assorbire la spina del comando o di liberarsene trasmettendola
ai suoi sottoposti, con il rischio di produrre qualche altro cadavere
nella deriva mortuaria del nostro Paese, ha preferito la soluzione
più difficile. Disobbedire. Così, la schizofrenia
di una giornata cattiva si risolve con un ragazzo di ventitré
anni ucciso dai poliziotti in via Bergamini e la polizia umiliata
in piazza Santo Stefano. Quel vicequestore non è un varano,
è un uomo, ma ha ancora ragione il compagno Di Nanni, leroe
di Visone, in democrazia è difficile distinguere chi è
il nemico. In questo groviglio inestricabile di interessi, di
lobby, di gruppi di pressione, di stronzi organizzati, la coscienza
del cittadino moderno, che nasce con un patrimonio di diritti
e di doveri, consapevole di sé e degli altri, non perfetto
ma migliorabile, rischia di annegare, si dilegua, si annulla,
sparisce. Anche perché, nei conflitti sociali, spesso a
ucciderti è larbitro.