Estratto dal catalogo dell'opera multimediale "IL DISPREZZO" di Andrea Salvino - allestita nel gennaio 2002 presso la Galleria Antonio Colombo di Milano

Claudio Varalli aveva 17 anni, abitava a
Bollate in provincia di Milano, frequentava l'istituto tecnico
per il Turismo che oggi è intitolato al suo nome ed era
un militante del Movimento Lavoratori per il Socialismo.
Giannino Zibecchi aveva 27 anni, abitava a Milano, insegnava educazione
fisica alla Uisp ed era un militante del Coordinamento dei Comitati
Antifascisti.
Non erano figure eccezionali: erano due ragazzi, divisi da 10
anni d'età, uniti dalla passione politica, sostenuti dalla
speranza di migliorare il mondo, protagonisti come migliaia di
altri del lungo '68 italiano.
Claudio e Giannino hanno avuto la sfortuna di non riuscire a sopravvivere
all'esperienza di quegli anni e noi - compagni ed amici di allora
e di sempre - ci auguriamo che raccontando, anche se brevemente,
la storia del loro sacrificio questo possa diventare memoria collettiva
anche di tutti coloro che oggi come allora, lottano per la democrazia
e la giustizia sociale.
Il pomeriggio del 16 aprile 1975 Claudio
Varalli, di ritorno da una manifestazione per il diritto alla
casa, stava attraversando con altri compagni piazza Cavour. Nella
piazza c'era un gruppo di fascisti che distribuiva volantini:
in realtà, come sempre in quegli anni, quel tipo di presenza
non era che un pretesto per conquistare una zona, imponendovi
una sorta di coprifuoco per qualsiasi espressione di antifascismo
e aggredendo chiunque fosse, anche solo per l'aspetto, definibile
di sinistra.
Così accadde anche quel pomeriggio: gli squadristi si avventarono
contro i giovani; questi reagirono; uno dei fascisti, Antonio
Braggion, non esitò a estrarre una rivoltella e a sparare
ripetutamente colpendo mortalmente alla nuca Claudio.

La notizia dell'assassinio di Varalli in poche ore si diffuse in tutto il Paese provocando un'ondata di sdegno e già nella stessa serata a Milano si svolsero le prime manifestazioni di protesta.
La mattina del 17 aprile numerose città
italiane furono attraversate da cortei che chiedevano la chiusura
delle sedi dei fascisti e la fine delle collusioni tra questi
e gli apparati dello Stato.
A Milano la giornata cominciò con assemblee nelle scuole
medie superiori, nelle università e nei luoghi di lavoro.
Dalle assemblee studenti e lavoratori uscirono in cortei che percorsero
le vie della città e si concentrarono in piazza Cavour.

Da qui un imponente corteo si avviò in direzione di via
Mancini, sede della federazione provinciale del Movimento Sociale
Italiano e principale covo dello squadrismo milanese.
Il governo del tempo, democristiano, rispose ordinando una nuova
aggressione e, mentre all'imbocco di via Mancini la polizia già
si scontrava con il corteo, in corso XXII marzo una colonna di
automezzi dei carabinieri si lanciò a tutta velocità
contro i manifestanti.

Due camion, gli ultimi della colonna, si
incaricarono di "spazzare" i marciapiedi con una manovra
a "coda di rondine", come reciteranno poi i verbali
di polizia. Davanti a loro centinaia di persone cercarono scampo
ma la folle corsa non si arrestò. Pareva volessero un'altra
strage.
Non l'ebbero ma sul selciato rimase il corpo di Giannino Zibecchi.
Travolto e ucciso dal camion guidato dal carabiniere Sergio Chiarieri.

L'ordine del ministero degli Interni era stato perentorio: reprimere ogni protesta. E così in quel giorno d'aprile altri due giovani, Rodolfo Boschi del Partito Comunista a Firenze e Tonino Miccichè di Lotta Continua a Torino, persero la vita.
Rabbia e indignazione divennero incontenibli: il 18 aprile l'Italia democratica si strinse attorno ai suoi morti e cortei antifascisti attraversarono le città della Penisola da Cagliari a Milano, da Napoli a Torino; lo stesso giorno 15 milioni di lavoratori si unirono alla protesta incrociando le braccia e si interruppero persino i trasporti, treni e aeroplani incusi.

Il 21 aprile per i funerali di Giannino
Zibecchi Milano si fermò nuovamente e anche il Provveditore
agli Studi fu costretto a chiudere le scuole per lutto cittadino.
Durante il tragitto dalla camera ardente a piazza del Duomo donne,
uomini, lavoratori, pensionati, studenti, semplici cittadini resero
omaggio alla salma di Giannino e alla figura di Claudio Varalli,
le cui esequie s'erano svolte precedentemente in forma privata.
Centinaia di migliaia di persone, 200.000 solo in piazza del Duomo,
che testimoniarono la forza e la profondità dei sentimenti
democratici e antifascisti della coscienza collettiva dei milanesi.
Poco più di due anni e mezzo dopo,
il 17 dicembre 1978 Antonio Braggion, l'assassino di Claudio Varalli
latitante fino al giorno della sentenza, fu condannato dal Tribunale
di Milano a 10 anni di detenzione, di cui due condonati, per eccesso
colposo di legittima difesa e porto abusivo d'arma da fuoco. Pena
ridotta in appello a sei anni.
Il 26 ottobre 1982 la Corte di Cassazione dichiarò prescritto
il reato principale e interamente condonata la pena per l'arma
da fuoco. Braggion ha scontato solo otto mesi di carcere e oggi
è avvocato a Milano.
L'omicidio di Giannino Zibecchi, invece, non ha nemmeno un colpevole.
Il processo si aprì il 15 ottobre 1979 con tre carabinieri
- Sergio Chiarieri, autista del camion, Alberto Gambardella, tenente
capo macchina sullo stesso mezzo, Alberto Gonella, capitano responsabile
dell'autocolonna - imputati di omicidio colposo aggravato dalla
previsione dell'evento. Fu quasi subito sospeso e dopo una complicata
vicenda di rinvii riprese il 12 novembre 1980 per concludersi
due settimane dopo con l'assoluzione di tutti gli imputati: i
due ufficiali per non aver commesso il fatto, l'autista per insufficienza
di prove. Nessuno presentò appello, la parte civile perché
non l'era concesso, imputati e Pubblico Ministero perché
soddisfatti dalla sentenza.
PER NON DIMENTICARE VARALLI E ZIBECCHI
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