Gli
avvenimenti dei giorni di aprile 1975 sono stati convulsi e drammatici.
La posta in gioco riguardava il mantenimento della possibilità
di agire su un terreno politico ampio e legato al territorio
per contrastare lo strapotere di una politica conservatrice e
reazionaria che aveva al centro, come sempre, la Democrazia cristiana.
Per molti giovani queste lotte costituivano le prime esperienze
politiche in cui si sperimentavano, anche con ingenuità,
forme di partecipazione che non si conoscevano e in cui ci si
misurava con problemi che si padroneggiavano forse solo marginalmente.
Eppure ci si sentiva , con grande energia, all'interno del mondo
sociale e politico e sembrava di potere cambiare con facilità
gli equilibri politici del Paese .
Per molti ragazzi di allora fare i conti con la morte, con la
possibilità che qualcuno di loro potesse perdere la vita
perché si batteva per la difesa della democrazia fu un
trauma. Nonostante il riferimento alla Resistenza e all'esempio
di chi aveva sacrificato la propria vita per un ideale collettivo
di altissimo livello, nessuno riteneva di poter morire. Anche
gli eccidi degli anni Cinquanta compiuti dalla polizia democristiana
di Scelba (da Portella della Ginestra a Melissa, Reggio Emilia,
Genova , etc. ) non si saldavano storicamente con il vissuto di
questi milioni di giovani che affrontavano una lotta dura e lunga
con l'entusiasmo dei vent'anni. Le stragi di Avola e Battipaglia,
di piazza Fontana, di piazza della Loggia, l'assassinio di Roberto
Franceschi e di molti altri militanti della sinistra - per mano
dei fascisti o di polizia e carabinieri - avevano chiarito che
il potere non si sarebbe fermato di fronte a nessuna tragedia
, pur di fermare quel forte movimento che metteva in discussione
ogni presupposto della società e della struttura economica
e sociale.
Questo era il clima e il contesto in cui è maturata la
morte di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi. Così all'indomani
del 17 aprile, quando la morte dei due giovani era un fatto compiuto,
ci si è subito misurati con la necessità di rendere
loro un omaggio adeguato , che sapesse saldare anche simbolicamente
l'immediato ricordo delle loro figure con il senso della loro
partecipazione alla vita sociale.
Come organizzare quindi funerali degni della loro figura?
Claudio Varalli abitava con la famiglia a Bollate, i genitori
erano persone socialmente impegnate, anche politicamente sul luogo
di lavoro, e avrebbero compreso la necessità di affidare
al funerale del figlio un messaggio politico importante. Sconvolti
dal dolore di una perdita così tragica e irreversibile,
hanno ceduto alle pressioni del loro parroco, preoccupato unicamente
di smorzare i toni, di allontanare qualsiasi contaminazione politica
dalla funzione religiosa. Non è stato così possibile
tributare a Claudio gli onori politici che avrebbe meritato il
suo sacrificio: soltanto al momento della sepoltura una grande
folla di giovani ha invaso il cimitero di Bollate rompendo finalmente
l'accerchiamento.
Questo momento combattivo e commovente è riuscito
a vincere quella sorta di embargo artificioso, creando le premesse
perché, il giorno dopo, i funerali di Giannino Zibecchi
si trasformassero in un momento incredibile di protesta popolare.
Giannino Zibecchi non aveva famiglia, i genitori adottivi erano
morti. Ma nel momento del suo sacrificio è stato adottato
dalla parte migliore di Milano, quella che aveva ancora vivo il
ricordo dei morti degli anni Cinquanta e Sessanta e anche della
Resistenza. Nasce proprio in quegli anni la definizione di Nuova
Resistenza, in riferimento al movimento democratico popolare che
voleva impedire che la Democrazia cristiana, i suoi alleati, i
servizi segreti, le gerarchie militari e gli americani trasformassero
l'Italia in una sorta di repubblica delle banane.
La camera ardente fu allestita nella sede del consiglio di zona
Ticinese, che divenne subito meta di un pellegrinaggio di gente
di tutte le estrazioni: dal singolo cittadino al vecchio comandante
partigiano Giancarlo Pajetta e al sindaco Aldo Aniasi.
Alcuni
artisti del quartiere si attivarono per realizzare manifesti e
stendardi con il volto di Zibecchi che, per due giorni, segnalarono
a chiunque passasse da viale Coni Zugna la veglia che si teneva
in quei locali.
Il giorno dei funerali di Zibecchi, un caldo lunedì, la
città espresse tutta la sua commossa partecipazione: tutte
le strade adiacenti al percorso, dai navigli fino in piazza Duomo,
traboccavano di gente, commossa e partecipe.
Aprivano il corteo le associazioni partigiane e i genitori di
Roberto Franceschi, assassinato dalla polizia a Milano nel 1973:
un tappeto di fiori rossi copriva la bara che passava in un silenzio
carico di voglia di lotta, spesso interrotto da canti della Resistenza.
Giovani, partigiani, associazioni, la parte migliore di Milano
esprimeva la sua volontà di andare avanti, nel ricordo
di due giovani vite stroncate per difendere concreti ideali di
libertà.
Le orazioni funebri in piazza Duomo costituirono il momento simbolico
di quei giorni, una sintesi che si ripeté pochi giorni
dopo durante uno sciopero generale sindacale. Una saldatura ideale
che in quei momenti, a poche settimane dal 25 aprile che segnava
il trentennale della Liberazione, costituì un momento di
coscienza politica e sociale molto alto per Milano e tutta l'Italia.
Fotografie archivio Per non dimenticare