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Non si piange per un golpista PDF Stampa E-mail
BLOG - NEWS
Mercoledì 18 Agosto 2010 14:18

Non è mai bello gioire della morte di qualcuno, a meno che non sia il tiranno che con la sua uscita di scena – violenta o no – libera il popolo dall’oppressione. Anche la morte di Cossiga suscita quindi, come per tutte le persone, umana pietà. Ma quando si parla di un protagonista della vita pubblica inevitabilmente se ne deve valutare l’azione in vita, i significati e le conseguenze

E allora vale la pena di mettere a fuoco alcune osservazioni: Cossiga è stato uno dei più importanti esponenti di un ceto politico sempre al limite dell’eversione. Quel mondo che, ancor prima che finisse la seconda guerra mondiale, aveva definito con i servizi segreti americani una strategia ferocemente anticomunista, che prevedeva anche il colpo di stato pur di impedire un reale progresso sociale e politico che aprisse il paese a nuove prospettive. Non va dimenticato che il suo riferimento politico giovanile fu l’esponente democristiano Antonio Segni. Che arrivò alla presidenza della Repubblica e ne uscì per impedimento da grave malattia, causata dalla scoperta della sua disponibilità – o quanto meno della sua neutralità – verso trame paragolpiste.

Siamo a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta e prende corpo quella trama che attraverso i servizi segreti (Piano Solo del generale dei carabinieri De Lorenzo), pezzi importanti delle Forze Armate, gli Stati Uniti, ex fascisti e organizzazioni segrete poi emerse negli anni Novanta come Gladio, avevano come progetto bloccare l’evoluzione politica dell’Italia a qualsiasi costo. In questo quadro un ruolo decisivo lo giocava la P2 di Licio Gelli. Di questo mondo Cossiga conosceva tutto, progetti, percorsi e personaggi, e con questi ha intrattenuto rapporti stretti. Senza mai raccontarne i segreti, anche perché da parte dell’opposizione non c’è mai stato nei suoi confronti un atteggiamento di vera contrapposizione. Tant’è che venne eletto presidente della Repubblica anche con i voti del Partito Comunista.

C’era da prevederlo, con la morte di Cossiga si è levato un coro ipocrita che tende a tracciare il profilo di uno statista di elevata statura. Cossiga è stato uno dei peggiori protagonisti della vita politica italiana. Ha svolto un ruolo decisivo nella militarizzazione dell’ordine pubblico, dichiarando candidamente qualche anno fa che aveva lasciato che nel ’77 a Bologna i giovani dell’Autonomia si spingessero a eccessi per poi fare intervenire l’esercito. Ed è molto realistico pensare che in questi eccessi un ruolo lo abbiano giocato i suoi esperti agenti provocatori. E a questo proposito come non ricordare la giovane Giorgiana Masi, uccisa dai proiettili di poliziotti in borghese a Roma nel 1977 dopo che gli stessi avevano organizzato la provocazione innescando gli incidenti vestiti da manifestanti. Cossiga sapeva tutto dei retroscena del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, ha agevolato quell’epilogo anche infarcendo di pidiuisti gli organi preposti alle indagini. E non ha mai rivelato nulla. 

La sua presidenza della Repubblica è stata costellata da strappi istituzionali drammatici e laceranti, che ricordano molto da vicino la strategia seguita oggi dal suo ammiratore Berlusconi.

Ecco perché i veri democratici non devono associarsi a questo vergognoso peana verso un personaggio che ha rappresentato una minaccia per la democrazia per tutta la sua vita politica.

Pierluigi Mutti