Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare
il movimento del sessantotto, la sua realtà e i
risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori,
ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che
si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato
una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione
e di contestazione globale.
In
parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato
il potere politico ha però colonizzato gran parte delle
coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria
rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale.
Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi
a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato
un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello
Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto,
ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla
scuola e l'università.
La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti
radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento,
nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli.
Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del
giovane. Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali,
l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta
giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea
esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato
un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero
Paese. E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità
collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione
culturale.
Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento,
che potrebbero rappresentarne un momento di continuità,
hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.
Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono
a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici
ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone
la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in
gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire
la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno,
in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente
riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo
spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno
creduto. Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente
e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti
li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare
la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo
camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano
il 68.
Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente
tramontata (sepolta dalla disgregazione dell'URSS, dalla strage
di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo
ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo
del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non
solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento,
ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori,
quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia
del capitale.
Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista,
policulturale e interclassista,
possedeva una varietà
di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail
esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta
operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo
internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione
a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono
gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi
cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio
dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato
- la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci,
case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima
volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura
dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di
benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro
di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio
scolastico di forza lavoro disoccupata. Le strutture della scuola
pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono
sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione
e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo.
Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli
studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle
geniali denunce del prete di Barbiana, don Milani; Mary Quant
inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà
sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock,
cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato
l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia
di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro
linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione
giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti
di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di Woodstock.
Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos
(provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta,
rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto
di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi
proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma
solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di
scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore
della solidarietà di gruppo giovanile.
In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale
vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale,
mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica
e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni,
ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione
del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista
e prefascista.
Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente
la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69),
il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di
miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente
l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere
e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico
che portò una ventata di verità su rapporti e legami
incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare
ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica
della cultura tradizionale, della cultura borghese.
I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare
meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund
Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore
per Herbert Marcuse,
costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
La
ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò
con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana
in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i
movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano
di successo in successo.
In primis il Vietnam che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva
la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti,
di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli
States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi
dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò
nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte.
L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente
alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto,
fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella
che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi
e dai fascisti.
Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è
sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua,
la guerra dei Gap" di Giovanni Pesce furono libri che contribuirono
ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra
i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi
partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico
davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama
si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle
novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack
Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione
sessuale come momento rivoluzionario.
Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole,
organizzate per formare l'élite dirigente di prima della
guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile
e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio
scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il
boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori
avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni
di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli
anni del boom economico (1957-1967). Il nuovo contratto e lo Statuto
dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che
vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.
L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto
di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni,
di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità
e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale
che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione
di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità
del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali
(le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni
nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali.
Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente
il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e
sull'aborto non sarebbero passati.
Fu,
anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima
di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla
Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie
di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi
segreti, sono state definite "stragi di stato". Violenza
repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne,
cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette,
come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente
vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica..
Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il
movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste,
decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già
nel 1968-69 progettava di rapire Aldo Moro e di organizzare le
Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa
al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada,
lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente
separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare
non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento
studentesco.
La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema
salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite
e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità,
di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da
una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.
Non
è un caso se il prezzo più elevato per la violenza
dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra,
lo hanno pagato Saverio Saltarelli,
Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto
Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi
negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo
questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli
assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion,
pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha
mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu
colpito da una pallottola alla nuca.
L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì
per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando
la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità
di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola
un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere
tutto. Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono
diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne
un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben
diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto
di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.
Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva
ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità,
ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero,
non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente
sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato.
Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito
in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità
culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima
di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati
e le battaglie degli studenti.
La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato
cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito
anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento
femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo,
il razzismo, il fascismo.
Se
in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei
diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito
del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su
qualsiasi tema o battaglia di avanguardia.
Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone. Per la maggior
parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato
il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro,
i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà
di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini,
di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia
del sistema capitalistico.
I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le
trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con
processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere
in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile
disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva
di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando
sempre più chiaramente come vere e proprie necessità,
si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive,
se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.
Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo
complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile.
Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono
più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso.
In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi
ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e
i vecchi conservatori li dichiarano "estinti". A nessuno
verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea
davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano
un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è
perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono
ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori,
nel mondo.
Fotografie di: Gabriella Mercadini, Tano D'Amico, Gianni Berengo Gardin, Francesco Radino, Massimo Perrucci.